L’enogastronomia al tempo dei Bretti

Chi sono questi Bretti? Vi racconto un po’ la loro storia, la loro cultura e le loro abitudini a tavola

Quella dei Bretti (o Brettii, Bruzi, Brezi) è una storia affascinante: un popolo misterioso le cui origini non sono ancora ben chiare. Sono i nostri antenati calabri, quelli che hanno segnato una parte importante della storia della nostra regione lasciandoci una enorme eredità culturale, anche per quanto riguarda la tavola.

I Bretti: origine e storia

Nel corso del V secolo a.C. l’odierna Calabria (storicamente abitata dalle popolazioni enotrie che avevano per capitale la città di Pandosia) e la Basilicata furono oggetto di penetrazioni lucane.

I Bretti avrebbero avuto origine, secondo Strabone, dai Lucani. Lo stesso geografo in un altro passo afferma che con il termine brettii i Lucani chiamavano coloro che, un tempo pastori al loro servizio, si erano poi ribellati “quando Dione aveva mosso guerra contro Dionisio e aveva sollevato i popoli italici gli uni contro gli altri[1].

Non sappiamo se considerare i Bretti come originari del ceppo sannita da cui si sarebbero resi autonomi, o se, sempre in base alle fonti antiche, essi fossero costituiti non solo da individui di stirpe italica, ma anche dai discendenti di quegli indigeni preitalici (chiamati Enotri dai Greci) che abitavano la Calabria già prima dell’arrivo dei coloni ellenici e ancora presenti e attivi nella seconda metà del IV secolo a.C.

Castiglione di Paludi sito archeologico brettio
Centro fortificato brettio di Castiglione di Paludi (Cs) – Fonte: it.wikipedia.org

Alcuni ritengono che l’origine del popolo dei Bretti sia da individuare più lontano: secondo l’archeologo Silvio Ferri sarebbero imparentati con i Frigi dell’Anatolia e con i Briges (o Breges) stanziati nella penisola balcanica[2].

Una data storica per i Bretti fu il 356 a.C.: in quell’anno essi costituirono un’entità politica autonoma che vide la nascita della Confederazione Brettia. Questa sancì l’inizio di una pace duratura con i Lucani in condizioni di uguaglianza e Consentia (Cosenza) divenne la loro capitale, la urbs magna Bruttiorum.

Nel giro di poco tempo occuparono diverse città greche[3]; successivamente una serie di guerre e accadimenti portarono i Bretti a sottomettersi spontaneamente ai Romani, e a cedere metà dei boschi della Sila per i quali erano famosi[4], fino alle guerre puniche, a seguito delle quali tutti i loro territori vennero conquistati da Roma.

Pix bruzia
La pix bruzia

I confini settentrionali dei Bretti erano delimitati dal lungo l’istmo che andava da Thurii (Turi – Sibari) sullo Ionio a Cerilli (Cirella – Diamante) sul Tirreno e che li separava dai Lucani[5].

Le loro città erano più che altro centri fortificati collocati sulle alture dominanti; i Bretti erano un popolo sempre pronto a combattere e la loro società seguiva un ordine gerarchico che vedeva al gradino più alto i cavalieri, come testimoniano i ricchissimi corredi funerari delle loro tombe.

Tomba a camera brettia di Località Salto a Cariati (Cs)
Tomba a camera brettia di Località Salto a Cariati (Cs)

I Bretti meno abbienti erano invece agricoltori e allevatori di bestiame, nonché abili artigiani della terracotta[6] per la quale si rifacevano all’eredità lasciata dai Greci.

L’unico ambito in cui si distinguevano rispetto ai modelli ellenici era la bronzistica, specializzata essenzialmente nella fabbricazione di armature individuali: erano differenti tra loro per bellezza, ricchezza e complessità di lavorazione a seconda dei diversi gradi di importanza dell’individuo.

Caratteristici dei Bretti erano la corazza, il cinturone, lo scudo, l’elmo, gli schinieri in bronzo e la spada e la lancia in ferro.

I Bretti a tavola

Cosa mangiavano i Bretti? Sono molte le fonti letterarie che parlano delle abitudini alimentari di questo popolo.

In Calabria le terre sono da sempre ricche e fertili: ieri come oggi questo territorio regala all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno. Come nel resto della Magna Grecia, i Bretti mangiavano soprattutto cereali, legumi e frutta.

Da Plinio sappiamo ad esempio che dei Bretti erano rinomati i cavoli bruttini, una tipologia di cavolo a foglie grandi, fusto sottile e sapore deciso.

Alcune specie vegetali dell’epoca sono documentate dalla coroplastica votiva di Locri come il cucumis melo flexuosus o tortarello verde (LEGGI IL POST) o le capsule di papavero. I Bretti consumavano molta frutta e la commercializzavano anche: piccole mele (menzionate da Catone), fichi, pere e melograni.

Frutti votivi Persephoneion di Locri Epizefiri
Frutti votivi: mele, capsule di papavero, melograni e cucumis melo flexuosus dal Persephoneion di Locri Epizefiri (Rc)

Vino ed olio erano le produzioni più importanti anche per l’economia dei Bretti.

Tra il IV e III secolo a. C. i vini calabresi citati nelle fonti erano il thurino da Thuri (prodotto nella valle del Crati e del Coscile), il lagaritano da Lagaria (nel territorio dell’attuale Capo Spulico), il reghinon (nel territorio di Reghion, attuale Reggio Calabria), il busentino da Pissunte (non ancora identificata).

Un ottimo vino si produceva anche nelle zone di Cosenza e Temesa, ma quello più ricercato e più celebre era senza dubbio l’amineo, prodotto nella regione degli Aminei, nominata da Plinio e collegata al territorio dell’opulenta Sibari (LEGGI ANCHE IL POST SULLA TRYPHE’ DI SIBARI).

Sacrificio di un cinghiale tondo kylix attica Pittore Epidromo Louvre
Il sacrificio di un cinghiale nel tondo di una kylix attica del Pittore Epidromo, 510–500 a.C., Louvre (Fonte: it.wikipedia.org)

Alle pratiche di pastorizia dei Bretti e dei Lucani è legata la consumazione della carne ovina e caprina (col cui latte producevano anche ottimi formaggi); ma una certa importanza la rivestiva anche quella di suino (la caro porcina) già in età arcaica e per tutta l’epoca romana e tardoromana[7].

Varrone ci informa che tra i vari prodotti che sì ricavavano dal maiale rinomata era la salsiccia di origine lucano-brettia: dice che i soldati romani avessero appreso dai Lucani il modo di prepararla.

Era una salsiccia molto aromatizzata presente nel ricettario di Apicio proprio come lucanica[8] (LEGGI ANCHE POST SUL DE RE COQUINARIA).

La salsiccia, preparata con pepe nero e peperoncino, dal gusto deciso e aggressivo, si mangiava fresca, arrostita o fritta, oppure la si faceva seccare e affumicare, o ancora la si metteva sott’olio per conservarla.

Il maiale (definito sus scrofa domestica) viene raffigurato sulla ceramica di età romana e soprattutto di quella greca, in bronzo o in argilla (i caratteristici askòi), come animale offerto a divinità; l’uso domestico e quotidiano di questo animale è legato anche a particolari funzioni simboliche e rituali[9].

I Bretti consumavano in grande quantità anche il pesce: tonno, pesce spada (pescati soprattutto nel Tirreno – LEGGI POST SULLA TRADIZIONE DEL PESCE SPADA A SCILLA), pesce azzurro e garum (LEGGI POST SUL GARUM).

L’alimentazione dei Bretti riflette dunque le influenze delle popolazioni con cui entrarono in contatto; quella dieta mediterranea di cui andiamo fieri è la combinazione di tutti quei prodotti quali olio, vino, pane, pesce, modiche quantità di carne e formaggio, e trova nella cultura enogastronomica del Bruzio un importante fondamento, rappresentando quell’identità che si è conservata sino ai giorni nostri con caratteri assolutamente tipici e peculiari.

Salsiccia di maiale
La nostra salsiccia, eredità di un passato ricco di storia e cultura

 

Bibliografia e sitografia

Calabria. Agricoltura, alimentazione, nutrizione, a cura di Simone Bozzato e Laura di Renzo, pagg. 77-96

https://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/approfondimenti/articoli/bruttium.html

 

[1] Strabone, VI 1, 4 C 255
[2] Omero definisce la terra dei Frigi empeloessan (ricca di viti), e per Dione di Prusa “quella dei Frigi appariva come una vita da schiavi” (Antiochus, fr. 3c JACOBY, in Steph. Byz.); riguardo ai Bretti, Antioco di Siracusa ricorda che la loro regione era denominata dai Greci oinotrìa (terra del vino) e per Diodoro Siculo, come detto prima, “furono chiamati Brettii, perché la maggior parte erano schiavi” (Bibl. Hist. XVI 15, 1-2). Alcune fonti parlano di una figura femminile legata alla loro origine: Giustino narra che il campo fortificato dei soldati africani mandati da Dionisio contro i Bretti fu preso a tradimento per mezzo di una donna di nome Bruzia, fu espugnato e vi fu fondata una città: “dal nome della donna gli abitanti si chiamarono Bruzi” (Iust., Epit. Hist. Phil. P. Trog., XXIII 1, 13). Giordane, invece, ricorda che la regione dei Bruzi ricevette il suo nome da una regina di nome Bryttia (Iordanes, De origine actibusque Getarum, XXX 156).
[3] Tra cui Terina, Hipponion, Thurii, Sibari sul Traente e la città di Temesa.
[4] I Bretti erano famosi per l’abbondante produzione di legname che sfruttava le folte risorse boschive della Sila e la produzione della rinomata pix bruttia, caratterizzata dalla produzione regionale propria dei contenitori per il trasporto della pece, contrassegnati con il bollo PIX BRUT. (Cfr. LUPPINO, SANGINETO 1992, pp. 187-190).
[5] Le più importanti città brettie ricordate dalle fonti sono Pandosia, l’antica capitale degli Enotri, Petelia, Ethai, Clampetia, Aufugum (Montalto Uffugo), Berge, Besidiae (Bisignano), Otriculum, Argentanum (San Marco Argentano), toponimi riscontrabili ancora oggi.
[6] Nelle loro fattorie producevano ceramiche e laterizi, come attestano le moltissime fornaci ritrovate.
[7] Mollo, 2007
[8]Per fare le lucanichetrita pepe, comino, peverella, ruta, prezzemolo, spezie dolci, coccole di lauro e mescola il tutto con polpa sminuzzata, pestando poi di nuovo il composto insieme a savore (salsa apiciana), sale, molto grasso e semi di finocchio: insaccalo in un budello lungo e sospendilo al fumo” (De Re Coquinaria, Lib. II, Capo IV).
[9] Il maiale calabrese doveva essere in genere magro, anzi magrissimo, perché pascolava sulle montagne insieme con pecore, capre e agnelli. Insomma, per quanto riguarda alimentazione e cucina, dobbiamo precisare che il maiale/cinghiale è stato elemento fondamentale dell’alimentazione romana della Magna Grecia e della Calabria in particolare. Tale consuetudine di allevamento, come si è visto millenaria, è legata ancora oggi alla cultura del popolo calabrese, in quanto il maiale viene allevato ovunque e soprattutto di esso si utilizza tutto. Nella tradizione l’uccisione dell’animale è regolata, come un vero e proprio rito sociale, da una cerimonia che diventa una specie di festa cruenta, legata a leggende, usanze e tradizioni particolari. La festa culmina a tavola, dove nel giorno dell’uccisione del maiale si imbandisce un pranzo molto opulento, così come avveniva nelle ricorrenze religiose e in occasioni di matrimoni e nascite. Dunque, tradizioni e rituali che si ripetono, contribuendo a mantenere in vita una cultura alimentare che, come abbiamo visto, ha una tradizione millenaria proprio in Calabria.

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