I manicotti di Mandatoriccio

A Mandatoriccio (Cs), comune calabrese della Sila Greca, si preparano dei dolci tipici unici: si chiamano manicotti, profumati, fritti e soprattutto buonissimi

Mandatoriccio (Cs) si affaccia sulla costa ionica cosentina dai suoi rigogliosi rilievi collinari dove dominano l’ulivo e la vite; si trova a circa 600 metri s.l.m ed è un piccolo centro di poche migliaia di abitanti. Per molti secoli fu crocevia di pastori transumanti che conducevano le loro greggi dal mare alla montagna e viceversa.

Mandatoriccio castello
Mandatoriccio (Cs), il Castello

Un territorio ricchissimo bagnato da due torrenti, l’Arso e l’Acquaniti, luogo ideale dove fermarsi per riposare e rifocillarsi; a Mandatoriccio sono infatti ancora presenti strutture e abbeveratoi che un tempo servivano a ristorare uomini e armenti.

Mandatoriccio Piazza Duomo
Mandatoriccio (Cs), Piazza Duomo e Chiesa dei SS. Pietro e Paolo

Il toponimo Mandatoriccio si riferirebbe al cognome del suo fondatore, Teodoro Mandatoriccio, che potrebbe derivare dal latino mandatoricius (da mandator ossia “subordinatore” o mundator “ripulitore”) oppure, secondo altre ipotesi, dal più antico greco màndràtoras ovvero “padrone di mandrie”.

Per alcuni però la sua fondazione risalirebbe attorno al 1535, quando un tale Francesco Mandatoriccio, esiliato politico fiorentino, fece sorgere un primo agglomerato urbano che avrebbe poi dato origine al paese. La tesi ormai più accreditata sostiene, invece, che Mandatoriccio si sarebbe sviluppato verso i primi del Seicento per volere di quel Teodoro Mandatoriccio, signore di Crosia[1].

Mandatoriccio come gli altri borghi della Sila Greca custodisce storia, cultura e tradizioni. La sua cucina è ricca di gustose pietanze che coniugano spesso mare e montagna: dai crustuli (più conosciuti in Calabria come grispelle, grispedde, zeppole o cullurialli) alla sardella (VEDI POST) che qui non manca mai, alle salsicce e soppressate (VEDI POST “I sapori della Sila”), formaggi e ricotte come quella “salata” (VEDI POST “Formaggi di Calabria e tradizioni cosentine”) per non parlare dei dolci.

A Mandatoriccio se ne fanno alcuni che a quanto pare non sono presenti in nessun altro paese del circondario e, credo, dell’intera regione: sono i buonissimi e particolari manicotti.

manicotto
Il manicotto, accessorio di origine nordica che scalda le mani e le ripara dal freddo

I manicotti di Mandatoriccio richiamano quell’accessorio di origine nordica in cui si infilano le mani per ripararle dal freddo e che fa la sua apparizione nella seconda metà del XV secolo; ma secondo le mastre mandatoriccesi, il nome deriverebbe dal fatto che vengono “avvolti nelle mani” e poi fritti.

Una ricetta che si tramanda di generazione in generazione, da madri a figlie e da nonne a nipoti quella dei manicùatti, come sono chiamati in dialetto; a Mandatoriccio sono tipici del Natale ma che si preparano ormai in molte altre occasioni soprattutto per matrimoni ed eventi in cui si festeggia qualcosa (nascite, lauree, etc). Quali sono gli ingredienti e come si preparano i manicotti?

Manicotti di Mandatoriccio
I manicotti di Mandatoriccio

Farina, lievito madre (la lavatina), olio, uova, vermut (o vino bianco) cannella (alcuni aggiungono anche chiodi di garofano) e zucchero. Bisogna impastare la farina con il lievito e l’acqua aggiungendo le uova a seconda della quantità desiderata assieme ad olio e vermut e cannella fino ad ottenere una bella pasta compatta. Dopodiché si deve lasciar lievitare l’impasto; ultimata la lievitazione, si preparano dei filoncini di pasta da tagliare successivamente a strisce.

Manicotti di Mandatoriccio
I manicotti di Mandatoriccio vengono preparati soprattutto a Natale

Ecco che poi si passa alla creazione vera e propria dei manicotti: si prendono le strisce singole, si chiudono avvolgendole attorno alla mano e si dà loro la forma, passandoli infine sul lato di un cestino, così da imprimerci sopra il segno delle canne.

Manicotti di Mandatoriccio
I manicotti di Mandatoriccio passati nello zucchero

Preparato l’olio lo si porta ad ebollizione; si immergono pian piano i manicotti e si friggono. Quando questi saranno dorati, gonfi e galleggeranno, saranno pronti. Devono poi essere lasciati sgocciolare bene in un recipiente; possono essere mangiati così oppure passati nello zucchero.

I manicotti di Mandatoriccio sono dolci abbastanza grandi e, come dicevo prima, non sono presenti nelle altre gastronomie locali; simili per forma possono essere i macallè o cartocci, una specialità della pasticceria siciliana che altro non sono che paste brioches fritte riempite di crema pasticcera o anche ricotta e cosparse di zucchero.

Cartocci siciliani o macallè
I macallè o cartocci siciliani alla ricotta (Fonte: prelibatericette.altervista.org)

Un po’ più lontano da noi, è il manicotto di Boemia, il trdelník (anche detto trdlo), caratteristico di Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. Anche questo impasto è semplice: un pane dolce che prima della cottura viene modellato a mò di un lungo filoncino, arrotolato attorno ad un bastone metallico; cosparso di zucchero e cannella, il manicotto viene messo a cuocere sul bastone in un forno che lo fa ruotare. Il calore lo cuoce uniformemente e fa sciogliere lo zucchero e la cannella così da creare una patina croccante[2].

Manicotti di Boemia
I manicotti di Boemia (trdlo o trdelník)

Dei manicotti di Mandatoriccio non si riescono a trovare notizie storiche che possano spiegare la sua tradizione; è un dolce che fa parte da centinaia di anni della cultura gastronomica del paese. Tutti li conoscono, ma di fatto nessuno è in grado di raccontarne le origini o la diffusione o il perché di questa forma particolare.

Quello che è sicuro è che anche i manicotti fanno parte di quel tesoro culturale rappresentato dalla cucina popolare, quella fatta di pochi e semplici ingredienti, spesso molto calorici; un prodotto che richiama il passato, che preserva una memoria a cui si resta ancora aggrappati, legata a sapori e profumi autentici di quando con poco si aveva tutto.

 

Bibliografia e sitografia

Franco Emilio Carlino, Mandatoriccio. Storia di un feudo, Imago Artis Edizioni, 2016

Franco Emilio Carlino, Manicùatti in Mandatoriccio. Storia, costumi e tradizioni, Ferrari Editore, Rossano 2010, pag. 187

Francesco Cataldo Verrina, Mandatoriccio, IlMioLibro SelfPublishing Editore

Calabria Produttiva, Quadrimestrale di informazione Anno 5 n. 2, Editrice Big Agency Surl

www.treccani.it

it.wikipedia.org

 

[1] Secondo altri appare probabile che Mandatoriccio debba il proprio nome al nobile casato dei D’Altavilla Mandatoriccio. Non si scarta neanche l’ipotesi che i Principi Francesco ed Isabella D’Altavilla, primi fondatori e figli del signore di Corigliano, Onofrio D’Altavilla detto il Malvagio, e Mabilia Pignatelli di Monteleone chiamata “la santa”, abbiano scelto di prendere il nome di Mandatoriccio, dopo essere divenuti vassalli del feudatario di Corigliano, assumendo il controllo sulle terre comprese fra l’attuale territorio di Mandatoriccio e Pietrapaola e confinante con i territori di Calopezzati e Crosia. Il controllo del vastissimo territorio, che si estendeva dall’altopiano silano fino ai piedi del Pollino, era possibile grazie alla fitta rete di parentele acquisite dalla famiglia per mezzo di matrimoni con esponenti di altre casate. Il territorio sottoposto alla giurisdizione del casato di Mandatoriccio (che ebbe il suo primo momento di splendore verso la seconda metà del secolo XII, sotto l’egida dei fratelli Francesco e Isabella D’Altavilla) fu un centro di notevole importanza strategica, caratterizzandosi anche per la protezione delle popolazioni locali dai ripetuti attacchi dei Turchi. Inoltre, per diverso tempo, il castello di Mandatoriccio venne considerato un punto di riferimento per i vicini feudi, sia per l’abilità strategica del Principe, sia per la particolare ubicazione. Infatti, era situato a circa seicento metri sul livello del mare, su un colle che scendeva a strapiombo nella sottostante vallata. Successivamente, a causa di violentissime ostilità, il feudo di Mandatoriccio venne quasi distrutto, perdendo l’importanza acquisita nel tempo. Soltanto nel 1638, l’antico castello venne ampliato e riportato allo splendore di un tempo da Teodoro Mandatoriccio, che aveva ulteriormente accresciuto il prestigio del suo casato ottenendo, dal re Filippo IV, il titolo di duca su Crosia (1625) e quello di barone di Pietrapaola e Calopezzati. L’ultima erede della dinastia, Vittoria Mandatoriccio, intorno al 1666 portò i propri domini in casa Sambiase, dove rimasero fino all’abolizione del feudalesimo (1806), sposando Giuseppe Ruggero, principe di Campana e conte di Bocchigliero. Nel 1807, con l’ordinamento disposto dai Francesi, il paese divenne luogo, nel governo di Cariati. Qualche anno dopo, un decreto aggregava a Mandatoriccio la frazione di Pietrapaola, che diventava comune autonomo nel 1816. Per quanto siano numerose le tesi formulate da diversi studiosi sull’origine del paese, queste appaiono incomplete e talvolta incoerenti. (da Calabria Produttiva, Quadrimestrale di informazione Anno 5 n. 2, Editrice Big Agency Surl, pag. 86 e segg.)
[2] Le origini del trdelnik si perdono in diverse leggende, alcune senza fondamento; addirittura alcuni sostengono che la sua “tradizione” sia solo una trovata turistica e pubblicitaria che ha fatto il business del prodotto. Secondo Ladislav Provaan, direttore del Museo della Gastronomia di Praga, questo dolce non sarebbe ungherese nè boemo o slovacco o turco ma risalirebbe addirittura al Neolitico, quando tutti i cibi venivano cucinati direttamente sul fuoco, infilati su bastoni di legno, anche il pane. Un sistema di cottura comodo anche per i nomadi ed i pastori e diffuso in tutta Europa, dalla Grecia alla Svezia, con nomi diversi. L’unica parte genuinamente ceca del dolce è il suo nome, trdelnik o trdlo come il rullo su cui viene cotto.

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