I palmenti di Rudina, “il bosco del vino”

In una natura incontaminata la cultura si racconta attraverso la produzione del vino: ecco i palmenti rupestri di Rudina, bosco nel comune di Ferruzzano (Rc) che custodisce le tracce archeologiche di un passato ricco e misterioso

Torniamo a parlare di palmenti rupestri calabresi, in quell’area che gravita attorno alla costa ionica reggina, tra mare e monti. Come vi ho già raccontato in un altro post (LINK) la zona in cui si concentra la maggior parte di esemplari di pigiatoi per le uve scavati nella roccia è quella che va dal comune di Bruzzano a quello di Casignana (Rc) dove ne sono stati censiti oltre 700.

Ferruzzano (Rc), rocce di arenaria – Photo credits: FRShoots by FR Digital Solution

I palmenti rappresentano un’importantissima evidenza archeologica in Calabria come in altre zone d’Italia e del bacino del Mediterraneo, luogo in cui è nata e si è diffusa la viticoltura. Il comprensorio in questione si estende per circa 15 km sulla costa; una striscia di terra molto argillosa larga circa 3 km incontra l’arenaria, roccia friabile che si scava facilmente per ricavarne le vasche da vino.

Palmento rupestre nel bosco di Rudina
Palmento rupestre presente nel bosco di Rudina a Ferruzzano (Rc)

Nelle parti più alte, poi, si trovano altri palmenti scavati nel granito o nella pietra dura; non distanti da questi sopravvive ancora la vitis silvestris: ciò potrebbe significare che il vino venisse prodotto proprio da queste viti selvatiche, la cui presenza doveva essere molto abbondante all’epoca.

Il bosco di Rudina è un’oasi di biodiversità posto tra il borgo di Ferruzzano (Rc) e la fiumara La Verde a quote comprese tra i 200 e i 400 m. s.l.m; rappresenta un unicum in quanto è uno degli ultimi esempi di macchia mediterranea in cui, grazie a particolari condizioni microclimatiche, piante e animali sono rimasti intatti. Proprio per questo è stato inserito all’interno del progetto Bioitaly, tra i 47 Siti di Interesse Comunitario (S.I.C.) italiani.

Il bosco di Rudina nel comune di Ferruzzano (Cs) – Photo credits: FRShoots by FR Digital Solution

Rudina in greco di Calabria significa “luogo dove crescono i melograni[1]; frequentato da tempi lontanissimi, nella sua natura incontaminata sono stati rinvenuti circa 20 palmenti rupestri scavati nell’arenaria che ne sottolineano anche il suo valore storico, culturale ed economico. Uomini e civiltà diverse, da quella greca a quella bizantina, hanno calcato queste terre lasciando tracce di insediamenti e una fitta rete di antichi selciati, testimonianza della centuriazione romana, assieme a vari complessi monastici basiliani ai quali fa riferimento la toponomastica.

Bosco di Rudina a Ferruzzano (Rc)
Il bosco di Rudina nel comune di Ferruzzano (Cs) – Photo credits: FRShoots by FR Digital Solution

A Ferruzzano la paleoviticoltura è tutta da leggere: sono ben 157 i palmenti[2] presenti in questo comune, un territorio che durante i secoli è stato strutturato e finalizzato ad una grossa produzione di vino, non solo ad uso locale ma anche e soprattutto destinata all’esportazione; la via che attraversava il bosco di Rudina collegava il mare alla montagna: oltre alle sue misteriose vasche da vinificazione sono stati identificati anche circa 20 esemplari di viti silvestri, anch’essi oggetto di numerosi studi.

Palmento a due vasche nel bosco di Rudina
Palmento rupestre a due vasche nel bosco di Rudina a Ferruzzano (Rc)

Il Prof. Orlando Sculli, fautore della scoperta e della catalogazione dei palmenti della Locride, riguardo ai tipi di vini prodotti in queste zone sostiene che “probabilmente […] erano costituiti in prevalenza da passiti. Infatti Ateneo, scrittore greco vissuto a cavallo del II e III sec. d.C. a Naucrati in Egitto, nella sua opera ‘Sofisti a banchetto’, ci parla del vino Caicino, considerato ottimo, paragonandolo al Falerno, che era considerato presso i romani il principe dei vini.

Ad identificare la localizzazione dei vigneti di produzione del Caicino ci viene in aiuto lo storico Tucidide che, descrivendo la guerra del Peloponneso esportata in Italia, parla di una battaglia combattuta attorno ad una fortificazione locrese nei pressi del fiume Caicino, non lontano dal confine con lo stato di Reggio e da identificarsi con il fiume Bruzzano o, allontanandosi di più verso Locri, con il La Verde[3]”.

 

Ferruzzano (Rc) - panorama
Panorama dal borgo di Ferruzzano (Rc)

Meta di studiosi, esperti o di escursionisti, il bosco di Rudina rappresenta oggi una realtà affascinante, un luogo magico in cui tra tesori naturalistici ed archeologici si sviluppa la storia di una grande cultura che vede protagonista la millenaria produzione del vino; una memoria identitaria che merita una giusta valorizzazione e soprattutto tutela. A tal proposito un ottimo lavoro lo stanno svolgendo i volontari dell’Associazione Rudina che puntano proprio alla salvaguardia di questi meravigliosi luoghi dell’Aspromonte Orientale e che ne guidano i suoi visitatori attraverso i diversi sentieri.

 

Bibliografia e sitografia

Giovanni Spampinato, Relazione sul bosco di Rudina e sui beni culturali del comune di Ferruzzano

Orlando Sculli, I palmenti di Ferruzzano. Archeologia del vino e testimonianze di cultura materiale in un territorio della Calabria meridionale, Ed. Palazzo Spinelli, 2002

Orlando Sculli, Un itinerario attraverso i palmenti della Locride in Calabria in Lagares rupestres: aportaciones para su investigación / coord. por Margarita Contreras Villaseñor, Luis Vicente Elías Pastor, 2015, ISBN 978-84-606-7006-3, págs. 177-184

www.cittadelvino.it

ilgiardinodellemeraviglie.info

kalabriaexperience.altervista.org

 

[1] Il toponimo, corrotto, potrebbe identificare anche Rodinia (Roseto in greco bizantino) e ricorderebbe la città distrutta da Al-Hasan nell’estate del 952 che si trovava a ridosso dell’odierno bosco di Rudina.
[2] Ben quattro portano impresse delle croci armene, su tanti di essi sono state individuate delle croci bizantine ed in particolare tra tutti i palmenti, due sono di estrema importanza, in quanto portano impressa la croce giustinianea, documento incontestabile che denuncia il loro uso nel VI sec. d.C., al tempo di Giustiniano.
[3]Nell’inverno seguente, gli Ateniesi dislocati in Sicilia si collegarono con gli alleati greci e con tutti i Siculi che soggetti al dominio ferreo dei Siracusani e alla loro alleanza si erano sollevati. Con queste forze investirono Inessa, una cittadina sicula di cui i Siracusani tenevano la rocca. Attaccarono, ma visti infruttuosi i loro sforzi, sì ritirarono. Mentre ripiegavano, i Siracusani con una sortita improvvisa dalla roccaforte piombarono sugli alleati che chiudevano alle spalle lo schieramento ateniese: l’assalto seminò terrore e disordine, le file in alcuni settori dell’esercito si dispersero, molti trovarono la morte. Dopo questi casi le truppe ateniesi, imbarcate sulle navi agli ordini di Lachete, sbarcarono in alcuni punti della Locride, affrontarono e travolsero un contingente di circa trecento Locri affluiti in aiuto al comando di Capatone presso il fiume Cecino; con il bottino delle armi strappate ai vinti si ritirarono”. (Tucidide, La Guerra del Peloponneso, libro III-103)

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