Antichi palmenti di Calabria: l’archeologia del vino nella Locride

Sono tantissimi quelli censiti nel territorio della Locride, sulla fascia ionica della provincia di Reggio Calabria fra i comuni di Bruzzano e Casignana: antichi palmenti scavati nella roccia sono il chiaro documento materiale della fiorente e duratura produzione del vino in questo territorio vocato da tempi immemori alla coltivazione della vite

L’abbondante presenza di palmenti rupestri, ossia scavati nella roccia, rappresenta una importantissima testimonianza della fiorente cultura del vino in Calabria. Questo fenomeno descrive indirettamente ed in maniera importante il paesaggio agrario di un’area specifica della Locride, cioè quello della costa ionica reggina compresa fra i comuni di Bruzzano, Ferruzzano, S. Agata del Bianco, Caraffa del Bianco, Casignana, Africo e Samo, dove ne è stata riscontrata una concentrazione massiccia di oltre 700 esemplari.

I pigiatoi ricavati nella roccia fanno parte delle più antiche strutture produttive per il vino. Alcuni resti rupestri del Mediterraneo occidentale risalgono al I millennio a.C., ma trattandosi di una tecnica utilizzata in tutte le epoche storiche e mancando di manufatti che ne comprovino l’età, la loro datazione risulta spesso difficile. Questi tipi di palmenti sono menzionati anche nella Bibbia[1] e sono presenti in Siria ed Israele sin dall’età del Bronzo, dove se ne contano addirittura più di 10.000; ne sono stati ritrovati anche in Grecia, in particolare a Creta e nella piccola isola di Gaudos, utilizzati dall’età minoica fino a quella ellenistica.

I palmenti dell’area della Locride esprimono l’evidente vocazione di questo territorio alla viticoltura e alla produzione di vini che da qui venivano poi spediti verso i porti del Mediterraneo. Essi seguono le primordiali tecniche in cui la pigiatura dell’uva veniva effettuata con i piedi, come ben ci descrivono le pitture delle tombe dell’Antico Egitto, mentre i resti archeologici del più antico impianto di vinificazione provengono da una grotta nell’Armenia sudorientale presso il villaggio di Areni, che risalgono alla prima età del Rame, ossia a circa 6000 anni fa; l’impianto era costituito da un pressoio munito di canaletta che permetteva il deflusso del liquido spremuto in un bacino per la fermentazione, entrambi realizzati in argilla.

Il nome “palmento” deriva dal latino pavimentum[2]: esso era costituito da vasche scavate nell’arenaria, una superiore detta buttìscu ed una inferiore chiamata pinàci, rese comunicanti tra loro attraverso un foro. L’arenaria è una roccia molto friabile e laddove questa non era presente, i palmenti venivano costruiti in muratura mista e resi impermeabili con uno strato di intonaco di sabbia e calce mista a coccio pesto dello spessore di circa 3 cm. L’uva era versata nel buttìscu, il cui foro veniva otturato con dell’argilla, veniva pigiata con i piedi e lasciata riposare lì per un giorno ed una notte. Di seguito, tolto il tappo d’argilla il mosto era lasciato defluire nel pinàci.

Palmento a due vasche – S. Agata del Bianco (Rc)

Nella vasca superiore poi, vi erano delle scanalature nelle pareti laterali, dove era posizionata una grossa tavola piena di fori (la foràta), che serviva a creare una strettoia (consu) in cui si versavano le vinacce per essere ulteriormente schiacciate da un tavolone di legno di quercia forato chiamato chjancùni. Su questa tavola poggiava un pesante tronco di legno, la leva, che terminava a forcella. La leva era azionata dal fusu, un tronchetto filettato retto da una pesante pietra, che fungeva da contrappeso, la màzara. Ultimate le pratiche di lavorazione nei palmenti, il mosto prodotto era infine riposto nelle anfore vinarie.

Palmento a quattro vasche – S. Agata del Bianco (Rc)

Una buona parte dei numerosissimi palmenti di quest’area della Calabria, che ruotava attorno alla prospera colonia magnogreca di Locri Epizephirii, si ipotizza che risalgano ad un periodo compreso tra il VII e il IV secolo a.C., per via di alcuni materiali archeologici ritrovati a seguito di un incendio, nel comune di Ferruzzano nelle località di contrada S. Domenica e Carruso: frammenti di tegole, pithoi[3], un frammento di vaso locrese e un frammento di vaso corinzio, nonché la base di un’anfora MGS, cioè greco-italica.

Su vari palmenti censiti e studiati sono state individuate anche croci bizantine, che indicano perciò che la produzione di vino continuò ad essere presente e durevole anche nel VI secolo d.C.: tra di essi bisogna ricordarne due di estrema importanza poiché riportano incisa la croce giustinianea, unici esempi in Calabria. Quest’area è inoltre ricca di grotte e ruderi architettonici basiliani: ciò fa intendere come il paesaggio si sia trasformato nei secoli, alternandosi fra costruzioni, distruzioni, ricostruzioni e spostamenti dalla costa all’entroterra.

Grazie al Prof. Orlando Sculli che dal 2002 ha lavorato costantemente catalogando questi importantissimi palmenti rupestri, abbiamo una visuale complessiva della storia di questo territorio e il suo grande valore non solo archeologico, ma anche e soprattutto umano. Fino a non troppo tempo fa i palmenti furono utilizzati come abbeveratoi per gli animali; altri, inutilizzati, furono distrutti per lasciare spazio alla coltivazione dei terreni.

Palmento a tre vasche – S. Agata del Bianco (Rc)

 

Bibliografia

Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano – Archeologia del vino e testimonianze di cultura materiale in un territorio della Calabria Meridionale, Ediz. Palazzo Spinelli, 2002.

Le tecniche di spremitura dell’uva: origini e sviluppo dell’uso del pigiatoio e del torchio nel Mediterraneo occidentale, da Archeologia della vite e del vino in Toscana e nel Lazio – Dalle tecniche dell’indagine archeologica alle prospettive della biologia molecolare, a cura di A. Ciacci, P. Rendini, A. Zifferero, Quaderni del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti-Sezione Archeologia Università di Siena, pagg. 71-74

 

[1] Geremia 48,33; Giobbe 24,11

[2] Palmènto: forma sincopata di pavimentum (pav’mento, paumento, palmento, con la trasformazione dell’au in al, Muratori, Antiq. Ital. III, 309) cioè “superficie piana”.

[3] Il pithos è un grande vaso per immagazzinaggio di liquidi o granaglie.

8 thoughts on “Antichi palmenti di Calabria: l’archeologia del vino nella Locride

  1. Gentilissima Giulia
    è stata molto efficace e brava a descrivere in maniera veloce il fenomeno dei palmenti, che ha tanto bisogno di essere evidenziato come lei ha fatto. Grazie a nome del territorio e della Locride tutta.
    Orlando Sculli

    1. La ringrazio moltissimo professore. E la ringrazio a nome di tutti i partecipanti al tour per averci fatto scoprire questo lato del territorio calabrese che per me resta sempre una realtà molto affascinante. Spero vivamente che un giorno tutte queste nostre ricchezze possano essere valorizzate e che ottengano il riconoscimento che meritano.
      Un caro saluto e alla prossima.
      Giulia

  2. La storia dei palmenti mi era sconosciuta e ho molto apprezzato la descrizione. Durante la lettura mi è venuto in mente la storia dei Calcidesi (popolo greco) che dopo aver chiesto consiglio all’oracolo sbarcarono sulleoste calabresi e fondarono Rhegion. Tutto ciò avveniva dall’VIII al VI secolo a.c., pertanto se anche in Grecia si trovano questi palmenti rupestri mi sembra chiaro che la cultura del vino ci è stata tramandata dai greci ne si è estesa in tutta l’area grecanica del tempo. Devo dire ancora che da bambino ho ancora nella memoria la pigiatura dell’uva su un palmento in muratura presso una campagna di un mio zio e qui siamo verso la fine degli anni 40. Per la pigiatura delle vinacce già esisteva il torchio.

  3. Gli studi e le ricerche del prof Orlando Sculli hanno portato alla luce gli antichi Palmenti che al pari della Lingua Greca di calabria affondano le radici nella cultura Magnogreca. Questo importante patrimonio testimonia la ininterrotta produzione di vino dal VII /VI sec aC in tutta la nostra Area Jonica reggina e non solo.
    Oggi è ora di avviare la realizzazione di un serio Progetto di Valorizzazione di queste storiche testimonianze , dell’Area Jonica e del vino che si produce, compreso il vino greco di Bianco e il Mantonico. Si rende pertanto necessario convocare un incontro tra i Comuni che hanno conservato queste testimonianze, il prof Sculli e le Associazioni interessate, con il coinvolgimento della Città Metropolitana. Il Sindaco di Bianco, Aldo Canturi e Orlando Sculli potrebbero svolgere la funzione mobilitante. Carmelo Giuseppe Nucera Presidente Circolo Apodiafazzi

  4. Il prof Orlando Sculli ha anche la catalogazione dei vitigni antichi e la reperibilità in loco…. il lavoro pregevole svolto dal Prof puo’essere e diventare una valvola economica da aprire e saper valorizzare. Oltre alla parte storico-archeologica ….per quelle realtà, sarebbe importante coniugare: nuovi impianti con vitigni pregiati,occupazione, produzione vinicola, commercializzazione, e valorizzazione dell’intera costa. Da associare anche il bergamotto (pare che la stessa area sia ideale anche alla produzione di un frutto pregiato). La scommessa….va’ giocata dai giovani, dagli imprenditori, e dalle Istituzioni, per una rinascita strategica dell’area, facendo sì che la storia economica del posto e le sue testimonianze archeologiche, diventino la base e lo stimolo per una nuova visione di sviluppo per tutto il comprensorio. Diversificando ed includendo, in maniera sinergica, produzione, turismo enogastronomico, naturalistico, culturale e vacanziero, i risultati non tarderebbero a venire. Di risorse attivabili ce ne sono tante, manca la progettualita.😊

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