Magliocco, l’autoctono sovrano delle Terre di Cosenza

Magliocco: caratteristiche e storia del vitigno principe della DOP cosentina

Nei vigneti calabresi c’è una cultivar autoctona che spicca nel panorama ampelografico della regione: si tratta del magliocco dolce. Presente anche in alcune zone della Lucania, ha la particolarità di essere conosciuto con molti altri nomi: dalla guarnaccia all’arvino, dal merigallo a lacrima o lagrima, fino a gaddrica, maglioccuni, marcigliana, mantonico nero o greco nero. E’ nelle Terre di Cosenza, sua zona di elezione, che è molto diffuso e vinificato. Da solo o in assemblaggio ad altre uve, dà vita a vini di spessore e di grande qualità. Ma conosciamolo un po’.

Gli stretti legami del magliocco con la Grecia sono evidenti sia nelle origini storiche sia nel nome, che in greco significa “tenerissimo nodo”, datogli probabilmente perché presenta un grappolo chiuso come un nodo o un pugno. È una delle varietà note in Calabria già dal Medioevo, citata nelle fonti del ‘500 e del ‘600, e diffusa prevalentemente sul versante della costa tirrenica.

Dopo un lungo periodo di oblio, durante il quale ha rischiato di scomparire, recentemente è stato riscoperto e valorizzato, e messo a dimora anche nella parte ionica. È importante non confonderlo con il magliocco canino, rispetto al quale, nonostante l’affinità del nome, si mostra diverso per morfologia e diffusione geografica.

Grappolo di magliocco (Fonte: www.librandi.it/magno-megonio-val-di-neto-rosso-igt)

Non è possibile individuare una precisa zona di coltivazione; per molti anni il magliocco è stato per certi versi trascurato, specialmente negli ultimi decenni: ora è rivalutato e tutelato per la sua vigoria ed adattabilità. Iscritta ufficialmente nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite da vino con decreto del Ministero delle Politiche Agricole, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 7 giugno 2019, oggi quest’uva ha una sua identità precisa.

Si tratta di una varietà molto rigogliosa che agli inizi dell’autunno (fine settembre-metà ottobre) porta a maturazione grappoli di medie dimensioni, piuttosto tozzi e abbastanza compatti. Il colore degli acini maturi è molto scuro, nero tendente al blu.

Se coltivata in zone con terreni molto fertili, manifesta eccessi di vigore. Il corredo polifenolico è ricchissimo (con tannini e antociani, specie malvidina, in grande evidenza) e vinificato in purezza dà vita a vini di buona struttura e adatti all’invecchiamento, non scuri e profondi nel colore ma armonici, morbidi, con una bella acidità e buona alcolicità. Ecco perché più spesso è usato con altre varietà, per elevare al meglio le potenzialità del vitigno, diverso dal robusto magliocco canino e più gentile.

Storicamente, per problemi di classificazione, si è confuso il magliocco con il gaglioppo cirotano che è invece un’uva totalmente diversa per composizione, morfologia e corredo genetico. Il magliocco è un’uva difficile da coltivare e da vinificare ma se ne si modera il vigore, se ne riduce la produzione e si vendemmia a piena maturazione (il che per le zone di alta collina può significare anche i primi di novembre) regala vini di sorprendente eleganza, fortemente mineralizzati e sapidi con sentori d’incenso e note di frutti di bosco in forte evidenza. L’importante è aspettare che la maturazione fenolica ammorbidisca la sempre esuberante carica tannica.

Il magliocco canino, invece, è chiamato anche magliocco ovale, ed è assolutamente diverso da altri tipi di magliocco presenti in Calabria. Si differenzia per la forma degli acini, ovali e per il grappolo che si presenta piuttosto spargolo. Le sue origini risalgono all’antichità, quando era diffuso in altre regioni del Meridione, oltre che nelle Marche e in parte della Sicilia. Non se ne conosce un consumo come uve da mensa, mentre il più delle volte è utilizzato come uve da taglio per la produzione di vini rossi locali, ai quali apporta corposità e robustezza, rendendoli idonei a un invecchiamento prolungato.

È una varietà coltivata e raccomandata in tutte le province della Calabria con l’eccezione di quella Reggio. Le zone di maggiore diffusione sono quelle della costa tirrenica, in particolare nelle province di Catanzaro e Cosenza. Soltanto il disciplinare della DOC Savuto prevede la presenza del magliocco canino, utilizzato in assemblaggio con altre uve.

Il grappolo del magliocco è di dimensioni medie, conico, da mediamente compatto a spargolo e solitamente alato. L’acino ha una dimensione nella norma, senza essere uniforme, una forma ellittico-tronco-ovoidale, una buccia molto pruinosa, di spessore medio, consistente, di colore rosso-violetto (talvolta blu-nero). Giunge a maturazione intorno alla metà di settembre. Dà vita ad un prodotto di pregio, dall’elevato tenore polifenolico e tannico e dalla gradevole acidità di fondo, con una struttura solida e armonica che gli consente di essere sottoposto a un medio invecchiamento.

Grappolo di Magliocco canino (Fonte: http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=125)

L’istituzione della DOP Terre di Cosenza nasce con lo scopo di recuperare l’identità degli antichi vitigni autoctoni cosentini, di cui il magliocco è il più importante, al fine di ricostruire una storia vitivinicola che si era eclissata. La nuova denominazione risponde appieno a questa tendenza, esprimendo il desiderio della provincia di investire e scommettere sui loro vini di qualità, che attraverso le loro caratteristiche, diventano ancora testimoni e promotori della ricchissima biodiversità della Calabria.

La DOP Terre di Cosenza

In particolare, la DOP accorpa sette denominazioni preesistenti, che oggi sono classificate come sottozone: Colline del Crati, Condoleo, Donnici, Esaro, Pollino, San Vito di Luzzi, Verbicaro.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia e sitografia

Guida ai vitigni d’Italia, Slow Food Editore, pag. 248-249

www.terredicosenza.it

 

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