In principio era l’anfora

L’anfora, antico recipiente da strumento di vinificazione a contenitore da trasporto

In greco “ἀμϕορεύς” significa “che si porta da entrambi i lati”. Si tratta di un contenitore di ceramica biansato (infatti i famosi manici si chiamano “anse”) e il nome si trova scritto su tavolette di argilla del periodo miceneo (1500 a.C.). E’ il recipiente più antico usato per conservare e trasportare derrate alimentari sia solide che liquide e veniva utilizzato già agli albori delle civiltà mediterranee.

Partendo dalle regioni caucasiche, la terracotta si è affermata come vaso vinario di eccellenza per buona parte della storia della viticoltura, seguendo passo passo la diffusione della vite per tutto il bacino del Mediterraneo. I paesi originari delle anfore come la Georgia e l’Armenia ancora oggi lo utilizzano come strumento per la fermentazione e la vinificazione. Questi contenitori (chiamati kvevri) che arrivano alla capacità di 80 quintali di vino sono interrati per garantirne il massimo isolamento.

Kvevri interrati per la fermentazione e la vinificazione (Fonte: www.vincollegiet.se/?tag=naturvin)

Le prime testimonianze dell’uso dell’anfora nei trasporti si hanno con i popoli cananei della regione costiera fra Siria e Palestina e poi con gli Egizi i quali, a loro volta, la trasmisero ai Greci che durante il periodo di colonizzazione, a partire dal VII secolo a.C. la utilizzarono soprattutto per i loro vasti commerci marittimi, così da farla conoscere a tutti i popoli con cui entrarono in contatto. La forma cambia a seconda dei popoli, evolvendosi man mano che la civiltà progrediva. Quelle greche, ad esempio, avevano un fondo piatto che permetteva loro di stare in piedi, recavano anche decorazioni figurative nere e rosse, contenevano sia liquidi che granaglie ed in alcuni periodi furono destinate a rituali di sepoltura, o impiegate come urne cinerarie o come segnacoli tombali.

Presso i Romani erano il recipiente più in uso per la conservazione e il trasporto dell’olio e del vino (amphora vinaria amphora olearia); venivano chiuse con tappi di sughero o d’argilla ricoperti di gesso o di pece (operculum gypsare) e portavano l’indicazione della qualità del vino, della sua età, del nome del produttore e del commerciante, disegnata sul corpo con tratti di pece o di colore oppure scritta su delle etichette (superinscriptionotatitulustesserapittacium); queste poi, erano impermeabilizzate con resina o bitume. Per la conservazione delle derrate era importante avere una chiusura ermetica.

Molte sono state le tecniche usate per raggiungere questo scopo, anche tenendo conto del tipo di merce da conservare. Alcune volte veniva incastrata nel collo una pigna verde, che, oltre a servire da chiusura, dava aroma al contenuto. Molto raramente troviamo avvitata nella parte superiore del collo un’altra piccola anfora tutta piena, modellata con la stessa argilla del contenitore: si tratta del famoso “anforisco” di cui sono stati trovati diversi esemplari in Spagna in concomitanza ad anfore betiche. Su ogni parte di anfora si possono trovare anche i bolli, impressi sull’argilla prima della cottura, contenenti informazioni sulla fabbrica che ha prodotto il contenitore; in genere le parti più segnate sono il collo, le anse e la spalla. Si utilizzavano inoltre per trasportare olive, grano, miele, semi, spezie, aceto, datteri e il garum, la famosa salsa di pesce romana.

Bollo su ansa di anfora (Fonte: www.museodelmaresbt.it)

Questo tipo di anfore, non potendo reggersi a causa della loro forma appuntita, venivano appoggiate alla parete della cantina e quando se ne richiedeva l’uso, venivano portate nel triclinio e messe con la punta in un supporto apposito (gr. ἀγγοϑήκη; lat. incitega). Inoltre, essendo eleganti e affusolate, erano adatte ad incastrarsi l’una con le altre nella stiva delle navi in più strati sovrapposti, rendendo il carico saldo e non lasciando sotto coperta spazi inutilizzati. Le anse, servivano per una solida presa, il piede a punta permetteva di piantarle nello strato di sabbia che copriva il fondo della stiva, o per rizzarle in file ben allineate nella sabbia o terra dei porti.

Si suppone che lo scaricatore le afferrasse dai manici e per il piede e le caricasse in spalla, oppure l’anfora veniva legata a un palo e trasportata da due persone; chi stivava le onorarie era il navicularius (il piccolo armatore proprietario di una sola nave o di poche navi). Usata anche come misura di capacità, lo Stato ne custodiva i campioni d’unità, controllando e bollando alcuni di questi contenitori: in Grecia un’anfora vinaria equivaleva a circa 29 litri, mentre a Roma, in età repubblicana, solo 26.

Oltre all’argilla, vari altri materiali erano impiegati nella fabbricazione delle anfore: il bronzo, l’argento, l’alabastro, il vetro e, a detta di Omero (Il, XXIII, 92; Od, XXIV, 74), anche l’oro. Il bronzo era, s’intende, il materiale più usato dopo l’argilla. Esemplari magnifici, riccamente decorati specialmente sulle spalle e ai peducci delle anse, sono usciti da mani di artefici etruschi, toreuti (artisti che lavorano i metalli) eccellenti[1].

Questi grossi vasi erano realizzati con il tornio, strumento esistente fin dai tempi più antichi, con argilla non depurata, a volte ripassate nella parte esterna con un’argilla diversa. Le anfore venivano in genere fabbricate nei luoghi di provenienza delle merci e la costruzione era, per così dire, una “produzione di massa”. Venivano infatti modellate in sei parti diverse, assemblate prima della cottura: orlo, collo, due anse, corpo e piede.

Le sei parti che compongono un’anfora sono, nel disegno qui a fianco: l’orlo (1), il collo (2), le due anse (3), il corpo (4) detto anche pancia e il piede (5) o peduncolo. Nella lettura dei reperti (disegno a destra), oltre a orlo (1), collo (2), anse (3), pancia (6) e piede (7) si usano anche i termini raccordo (4) e spalla (5) per descrivere le evoluzioni delle forme.

Le anfore da trasporto spesso non erano utilizzate per un solo viaggio; molte volte, giunte a destinazione, venivano nuovamente riempite con altre derrate e, stivate, erano pronte per la partenza. Quando non erano riutilizzabili per il trasporto, potevano essere riciclate e usate per altri scopi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] L’anfora greco arcaica, cosiddetta per distinguerla dai tipi più recenti, si inquadra nel VII secolo a.C., quando i Greci hanno iniziato la loro espansione. E’ di orlo poco marcato, arrotolato a ciambella, il corpo a forma di trottola larga, con il puntale a bottone; le anse partono da sotto l’orlo del collo e, arrotondate, terminano a metà fra il raccordo e la spalla. L’anfora greco arcaica del VII secolo a.C. si evolve nelle sue forme nella greco recente (V -IV secolo) e poi nella greco italica (III secolo a.C.) usata in età ellenistica dai coloni greci in Italia e adottata in seguito dai Romani; il passaggio continua con la greco italica di transizione (II secolo a.C.) e arriva alla romana di età repubblicana. L’orlo dapprima a ciambella circolare o piatto e orizzontale della greco arcaica, si sviluppa e si inclina progressivamente nell’anfora greco italica, greco italica di transizione, fino diventare verticale nella forma romana.

Il collo si allunga: dai 15 centimetri si passa ai 40 nei più recenti, le anse si allungano seguendo il collo. La pancia a forma di trottola, nei tipi più antichi, diventa un’ogiva sempre più affusolata. La lunghezza totale arriva a 120 centimetri: è forma tipica dell’anfora romana di età repubblicana varietà Dressel 1A (II Sec. a.C.), 1B (I secolo a.C.) e 1C (I secolo a.C.), conosciute come anfora di Marsiglia, anfora di Albenga, anfora di Capo Mele, dal nome dei luoghi dove sono state principalmente rinvenute. Questo tipo è detta vinaria, per distinguerla da quella di forma più panciuta, chiamata olearia (Dressel 6). Comunque le anfore vinarie, come è stato constatato dai residui del contenuto, portavano olio e, viceversa, molte olearie contenevano vino.

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