I cocktail al tempo dei Futuristi

I cocktail al tempo dei Futuristi nelle rivisitazioni alcoliche “tutte italiane” di Marinetti & Co: le polibibite

Brucioinbocca, polibibita futurista

Le chiamavano “polibibite” andando contro i neologismi moderni.

Fu così che negli anni Trenta del secolo scorso gli artisti aderenti al Futurismo crearono queste miscele alcoliche originali.

E già all’epoca era evidente la volontà di valorizzare i prodotti del Made in Italy con cui questi cocktail erano preparati, non solo come ingredienti, ma reinterpretandoli e utilizzandoli in modi inediti e fantasiosi.

Sono state concepite con l’idea di essere anche funzionali oltre che un piacere da bere.

Si suddividono infatti per categorie: decisoni (caldo-toniche per prendere decisioni importanti), inventine (rinfrescanti e lievemente inebrianti per trovare idee nuove), prestoinletto (rinfrescanti invernali), paceinletto (sonnifere), e guerrainletto (afrodisiache e fecondatrici).

 

I nomi sono tutto un programma, ed eccone varie ricette:

Ricette delle polibibite futuriste
Ricette delle polibibite futuriste

 

E’ da notare come proposte ed abbinamenti furono sapientemente studiati nel tentativo di rivoluzionarne e stravolgerne le regole;

infatti il Futurismo, unico e poliedrico movimento artistico italiano del Novecento, ha influenzato l’Europa promuovendo cambiamenti in ogni ambito culturale: dalle arti figurative alla musica, dal cinema sino al mondo del mangiare e del bere.

Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto della Cucina Futurista, pubblicato il 28 dicembre 1930 sulla “Gazzetta del Popolo” di Torino, mise in atto una vera e propria campagna per un rinnovamento totale:

“Il Futurismo italiano affronta ancora l’impopolarità con un programma di rinnovamento totale della cucina. Fra tutti i movimenti artistici letterari è il solo che abbia per essenza l’audacia temeraria”. 

Ce l’avevano persino con la pastasciutta definita “assurda religione gastronomica italiana”, dalla quale “ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”;

propugnava inoltre “L’abolizione delle tradizionali miscele per l’esperimento di tutte le nuove miscele apparentemente assurde, secondo il consiglio di Jarro Maincave e altri cuochi futuristi”.

Dunque rivoluzione della tradizione, a cui però i Futuristi sono molto legati, come sottolineano:

Il novecentismo pittorico e il novecentismo letterario sono in realtà due futurismi di destra moderatissimi e pratici. Attaccati alla tradizione, essi tentano prudentemente il nuovo per trarre dall’una e dall’altro il massimo vantaggio”.

Con concetti nazionalisti e autarchici come questi non potevano certo chiamare i cocktail con il loro nome inglese: si optò quindi per polibibite.

Nate nel 1931 come Ottava Arte del movimento, erano forma d’arte contemporanea, al di là della loro piacevolezza e bevibilità.

E per crearle usavano prodotti nazionali come vino, vermouth e grappa, ricorrendo soltanto in caso di estrema necessità a distillati esteri tipo gin, brandy o rum, a cui davano nomi di fantasia italiani, visto che a quei tempi non c’era ancora la possibilità di tutelarne l’origine.

Altra cosa interessante è che queste bibite si ponevano sull’asse dolce-salato e dolce-piccante: elementi innovativi che riguardavano dunque anche gli abbinamenti e le decorazioni.

Così, oltre alle banali scorze di buccia di limone e d’arancia, c’erano schegge di formaggi o di cioccolata, frutta candita o passa, e addirittura acciughe salate sott’olio.

Era stato inventato uno stile di bere volutamente provocatorio e bizzarro, con ricette mai fisse, in costante evoluzione ed elaborazione, tanto che non ne esiste una raccolta organica.

Il loro concetto artistico voleva che ogni polibibita fosse potenzialmente unica come un’opera d’arte, che suscitasse nel bevitore emozioni suggestive e determinanti, passando spesso attraverso la provocazione e l’azzardo.

Anche per quanto riguarda la presentazione, al posto dei classici bicchieri bassi in vetro le polibibite erano proposte in contenitori “alternativi”, di piccole dimensioni, dalle tazze e bricchi di metallo (spesso eseguiti su disegni originali) ai bicchieri scavati in blocchetti di ghiaccio, dai quali venivano ricavate anche schegge da utilizzare in mancanza dei cubetti.

Dal punto di vista della preparazione, l’uso dello shaker (per loro troppo anglosassone) era evitato e si preferiva mescolare direttamente gli ingredienti nel bicchiere.

I drink futuristi volevano stimolare anche la socializzazione e lo scambio di idee ed opinioni, per confrontarsi e scontrarsi amichevolmente, un po’ com’era nello spirito degli antichi simposi greci.

Le miscele nascevano tutte dall’estro e dalla fantasia dei creatori, alla quale si è affiancata quella di grafici e artisti come Fortunato Depero, Nikolay Dugerhoff o Ugo Pozzo, i quali fecero la fortuna di marchi come Campari e Amaro Cora.

Squisito al Selz“, Fortunato Depero – Biennale di Venezia 1926

 

 

 

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