Lotta integrata, coltivazione biologica e biodinamica

Oggi in viticoltura si parla di lotta integrata, coltivazione biologica e biodinamica: ma cosa sono?

In viticoltura spesso si è reso necessario l’utilizzo di trattamenti antiparassitari per evitare lo sviluppo di parassiti e virus attraverso fungicidi e insetticidi, purtroppo inquinanti e costosi.

Questi trattamenti possono non essere la soluzione poiché molte specie di insetti e funghi sviluppano una resistenza ai principi attivi impiegati.

Non solo, dunque, non si combatte il problema ma c’è il rischio che l’anno successivo la situazione diventi ancora più grave.

A partire dagli anni ’80, inoltre, l’impiego sconsiderato di fertilizzanti chimici e fitofarmaci nelle diverse fasi di coltivazione ha registrato una gran crescita che ha apportato conseguenze dannose sia per l’uomo che per l’ecosistema.

Molte aziende vitivinicole da un po’ di tempo a questa parte, consce dell’uso razionale che si deve fare degli antiparassitari, hanno aderito ai cosiddetti modelli di lotta integrata.

Cos’è la lotta integrata?

Per lotta integrata (o gestione integrata degli animali infestanti) si intende quel sistema di controllo di organismi dannosi per il vigneto che utilizza tutti i fattori e le tecniche disponibili per mantenere le loro popolazioni al di sotto di densità.

La lotta integrata interviene con la chimica solo quando il potenziale danno arrecato al raccolto supera il costo del trattamento stesso.

Lotta integrata viticoltura

E’ sicuramente una soluzione più pulita rispetto all’agricoltura convenzionale; la lotta integrata può considerarsi come un compromesso tra quest’ultima e quella biologica, tenendo ben presente che si rende necessario:

  • utilizzare fitofarmaci poco o per niente tossici per l’uomo, per gli insetti utili, per l’aria e per l’ambiente;
  • combattere gli insetti dannosi tramite la confusione sessuale (uso di diffusori di feromoni);
  • prevedere un possibile sviluppo dei parassiti, in modo da irrorare con fitofarmaci specifici solo in caso di effettivo pericolo di infezione e non ad intervalli fissi a scopo preventivo;
  • combattere gli insetti dannosi tramite l’inserimento di altri che siano loro predatori naturali e che non siano dannosi alle coltivazioni;
  • utilizzare varietà colturali maggiormente resistenti o la rotazione colturale;
  • eliminare le piante infette.

La lotta integrata ha come limiti costi maggiori di produzione, la necessità di un’assistenza tecnica qualificata e l’obiettiva difficoltà nel certificare il prodotto.

La coltivazione biologica richiama la natura: esclude l’utilizzo di prodotti ottenuti tramite sintesi chimica come diserbanti, fertilizzanti, pesticidi e fungicidi che uccidono microrganismi, piante, spore o insetti.

Il termine ‘biologico’ potrebbe essere improprio perché sia questo metodo di coltivazione che quello cosiddetto ‘convenzionale’ si basano sempre su un processo di natura biologica attuato da un organismo vegetale, animale o microbico.

La coltivazione biologica però rispetto all’altra si fonda sul rispetto dell’agrosistema e dell’ambiente, pur utilizzando in parte fitosanitari che però non contengono sostanze sintetiche ma di origine organica e naturale.

Nella coltivazione biologica delle uve sono consentiti solamente interventi con prodotti a base di rame e zolfo, poltiglia bordolese e zolfo da miniera rispettivamente contro gli attacchi della peronospora e dell’oidio.

Sono consentiti inoltre formulati a base di argille e solfiti per combattere la Botrytis cinerea e il Bacillus thuringensis contro tignole, tignolette e cicaline (LEGGI ANCHE IL POST SULLA BOTRYTIS).

La coltivazione biologica permette di prendersi cura della terra e delle sue risorse, dell’acqua e dell’aria senza sfruttare eccessivamente la natura.

Crea un ambiente fertile ed equilibrato che aiuta lo sviluppo delle piante tramite la biodiversità e la normale presenza di organismi e microrganismi.

Proprio per questi tratti distintivi di rispetto e cura, potremmo definire la coltivazione biologica come ‘ecologica’ o ‘organica’.

Saint-Emilion, merlot

Ultima ma non meno importante, con un approccio ‘innovativo’ è la cosiddetta biodinamica.

Biodinamica è una filosofia quasi ‘olistica’ più che una tecnica di coltivazione.

Implica uno stile di lavorazione e di osservazione della terra per apprezzarne l’armonia nel succedersi delle stagioni, in perfetta sintonia tra uomo e natura.

Nata formalmente nel 1924 a seguito di un meeting organizzato da agricoltori tedeschi i quali invitarono Rudolf Steiner, filosofo, ricercatore e fondatore dell’Antroposofia, la biodinamica vuole avvicinare la coltura alle forze energetiche naturali.

Nella biodinamica si dà importanza all’equilibrio del suolo; concimazione, coltivazione e allevamento sono attuati rispettando e promuovendo la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali.

Completamente legata alla natura e ai suoi ritmi, la biodinamica abolisce l’utilizzo di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici e gestisce il terreno seguendo i cicli cosmici e lunari.

Biodinamica viticoltura

Gli animali costituiscono inoltre un elemento importante di questa filosofia poiché forniscono un prezioso fertilizzante da usare dopo il compostaggio.

La fertilità del terreno è mantenuta e supportata con mezzi naturali: compost prodotto da concime solido da cortile, materiale vegetale come fertilizzante, rotazioni colturali, da una lotta antiparassitaria meccanica e da pesticidi a base di sostanze minerali e vegetali.

La biodinamica non rifiuta l’impiego di rame e zolfo; inoltre tende a rispettare gli insetti utili come simbolo di vita del vigneto e ad utilizzare solo superfici vocate per la viticoltura con l’obiettivo di raggiungere un massima diversificazione negli aromi del frutto e nel gusto del vino.

 

Bibliografia

Il mondo del sommelier, Associazione Italiana Sommelier, pag. 21

 

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