Origine e storia del cavatappi

Come e quando nasce il cavatappi, oggetto diventato indispensabile per l’apertura delle bottiglie di vino e strumento fondamentale per il sommelier

Il cavatappi (cavaturaccioli o levatappi) è quell’utensile che serve ad aprire le bottiglie di vino.

Presente in quasi tutte le case, è anche lo strumento di lavoro per eccellenza del sommelier (LEGGI ANCHE IL POST SUGLI STRUMENTI DEL SOMMELIER).

Cavatappi sommelier
Il cavatappi usato nel servizio del sommelier

La sua è una storia curiosa, come curiose sono le forme che negli anni gli sono state date; fatto con materiali e meccanismi diversi, la sua origine non è ancora ben chiara.

Sicuramente il cavatappi è stato inventato a seguito della necessità di conservare il vino e gli altri alcolici in bottiglia, quando dalle botti si passò a contenitori più piccoli nei quali travasarlo per mantenerne meglio la qualità.

Nel XVI secolo si cominciò a utilizzare il vetro soffiato, a fabbricare bottiglie spesse di colore scuro e il tappo di sughero diventò così l’altro protagonista di questa innovazione (VEDI ANCHE IL POST SUL MUSEO DEL SUGHERO).

All’inizio i tappi erano lunghi e conici, comodi per chiudere ermeticamente ed aprire facilmente i recipienti.

Ma presto questi iniziarono a rompersi e fermarsi a metà collo della bottiglia; serviva dunque qualcosa che li estraesse del tutto.

Il progenitore del cavatappi è considerato il cavapallottole, uno strumento che si usava per togliere dalle canne di pistole e fucili le pallottole inceppate; aveva una forma ad elica, semplice o doppia, montata su di un manico.

Dalla prima metà del XVII secolo, in Inghilterra diverse botteghe iniziarono a vendere assieme ai cavapallottole anche i primi cavatappi.

Cavatappi vintage

Da quel momento in poi ci si ingegnò per avere risultati sempre migliori e cavatappi sempre più tecnologici.

Il primo brevetto di un cavatappi risale al 1795, ed è proprio di un inglese, Samuel Henshall: era un semplice artificio con un disco oppositore, per estrarre correttamente il tappo.

Cavatappi vintage

Più tardi nel 1802 un altro brevetto inglese di Edward Thomason prevedeva un cavatappi il cui meccanismo era più complesso.

Consentiva infatti di eseguire l’operazione di apertura senza mai toccare il tappo con le dita, in uno stile consono con i tempi.

Alcuni disegni di Leonardo, però, farebbero riferimento proprio al cavatappi: ciò anticiperebbe di almeno un secolo la sua invenzione[1].

C’è ancora chi chiama il cavatappi tirabusciò, ovvero l’italianizzazione del termine francese tire bouchon; dopo l’Inghilterra fu proprio la Francia (e anche l’Olanda) a produrlo[2].

Dalle commedie di Goldoni[3] sappiamo che il cavatappi era conosciuto come tirabusson.

Cavatappi a leva
Cavatappi a leva

Ciò ci fa credere che questo strumento cominciasse a essere in uso a Venezia nella prima metà del XVIII secolo.

Nel tempo, dunque, con il successo e la sempre maggiore diffusione della conservazione del vino in bottiglia tappata con sughero, aumentò anche la produzione di cavatappi.

Modelli diversi e brevetti innovativi lo resero un vero e proprio oggetto di design fino ad arrivare ai giorni nostri.

Partendo dagli esemplari cosiddetti a “T” o “a strappo”, con l’avvento dell’industria furono inventati vari meccanismi per i cavatappi.

Cavatappi a "T"
Cavatappi a “T”

La maggior parte di questi sfruttava il principio di aggancio del tappo con la vite di Archimede; per l’estrazione c’erano leve semplici o multiple, pignoni e cremagliere.

In Italia tra il XIX e il XX secolo si è registrata una buona produzione, soprattutto in Piemonte (a Barolo in provincia di Cuneo si trova il Museo dei cavatappi).

Il cavatappi è per molti diventato un cult: in Italia sono nate associazioni come l’AICC (Associazione italiana Collezionisti di Cavatappi).

Costituita nel 1988 da una ventina di “pionieri”, attualmente conta una quarantina di collezionisti.

 

Bibliografia e sitografia

I cavatappi: storia, brevetti, artigianato, curiosità Dal XVII secolo a oggi, Mostra, collezione e catalogo a cura di Armando e Mariangela Cecconi, 14 marzo – 20 aprile 2012 – Biblioteca della Regione Piemonte via Confienza, 14 – Torino

www.museodeicavatappi.it

 

[1] Pochi anni fa è comparsa un’ipotesi suggestiva: studiando i disegni di Leonardo, nei codici Romanoff e Atlantico, si è ipotizzato che alcuni di essi potessero fare riferimento a tappi e strumenti atti a estrarli; non ci sono documenti che lo provino, ma potrebbe essere; del resto Leonardo molto ha applicato la vite e molto si è occupato di attività “minori”. Se la teoria fosse vera, l’intuizione del cavatappi verrebbe anticipata di un secolo. (da L’arte dei cavatappi, di Ottilia Munaretti, Edizioni Skira Milano).
[2] In Italia l’abbondanza di vino non rendeva indispensabile la conservazione nelle bottiglie; in paesi come Inghilterra ed Olanda, invece, questo era un nettare raro, chiuso e fatto invecchiare nel vetro.
[3] In “La moglie saggia” (1752) e “I morbinosi” (1759) troviamo riferimenti interessanti; in particolare, nella prima, alla domanda di un personaggio: “Avete il tirabusson?”, un altro risponde: “Si, lo porto sempre addosso”.
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