L’aglianico secondo Cantine del Notaio

La storia e la diffusione di un’antica uva del Sud Italia: l’aglianico e le etichette dei vini lucani di Cantine del Notaio

L’aglianico è da molti considerato il vitigno più importante del Sud Italia. Il perché è facilmente spiegabile dalle espressioni territoriali che quest’uva così vigorosa regala: dalla Campania alla Basilicata numerosi sono i vini che lo rappresentano, austeri, generosi, di spiccata personalità e soprattutto, molto longevi.

Cantine del Notaio è una realtà ormai consacrata nel panorama vitivinicolo lucano e ad oggi rappresenta una delle aziende che negli anni ha saputo valorizzare ed elevare l’aglianico grazie alla passione e all’amore per le proprie terre che da generazioni guidano i suoi proprietari.

Gerardo Giuratrabocchetti e la sua famiglia curano i loro 26 ettari di vigneti, alcuni centenari; l’aglianico qui è coltivato sulle pendici di un antico vulcano spento, il Vùlture, che ne dà la denominazione: i terreni ricchi di minerali e di strati tufacei che fanno da riserva idrica (e che i contadini chiamano “il tufo che allatta”) danno luogo alle caratteristiche inconfondibili di quest’uva millenaria e, per alcuni versi, misteriosa.

Il Monte Vùlture
Il Monte Vùlture (Fonte: it.wikipedia.org)

Secondo gli studi sarebbe un vitigno importato dai greci colonizzatori al loro arrivo sulle coste italiane (hellenico); l’unica certezza che abbiamo sull’aglianico è che si tratta di una varietà molto antica, come testimonia anche il fatto che la sua famiglia nel corso dei secoli si è suddivisa in un gran numero di biotipi e sottovarietà. Tutto ciò ha creato non poche confusioni, con il proliferare per ogni biotipo di aglianico di sinonimi corretti ed errati.

Probabilmente sotto il grande cappello delle storiche “viti aminee” erano inglobate numerose varietà diverse. Già Catone e Strabone ne comprendono almeno tre distinte, poi Plinio e Columella le suddividono ulteriormente in cinque o sei tipi (Aminea, A. maior, A. minor, A. gemina maiorA. lanata).

La prima domanda dunque, cui non si può dare una risposta certa, è se l’aglianico odierno sia uno dei vitigni che hanno reso famosi nell’antichità i vini della Campania felix, in particolare quelli dell’Ager falernus (Falernum, Gauranum, Faustianum e Caecubum), e quindi se in qualche modo sia imparentato con le Aminee[1].

Grappolo di uva aglianico
Grappolo di uva aglianico (Fonte www.annunci.net)

Sulla base di questa continuità storica e dell’analisi degli scritti di Columella, che descrive vitigni a maturazione tardiva, oltre che per motivi linguistici[2], il Carlucci afferma all’inizio del Novecento che l’aglianico è l’uva dei mitici vini dell’antichità. Ma non si può comunque dire che i numerosi ampelografi del XIX secolo siano riusciti a fugare i dubbi cui un vitigno così variabile negli aspetti fenologici e così ricco di sinonimi[3] poteva dare origine[4].

Più recentemente Murolo (1985) ha avanzato l’ipotesi dell’assonanza esistente tra Gauranico (antico vino dell’Ager falernus) e Glianico (denominazione dialettale di aglianico), mentre Guadagno (1997) respinge l’origine greca, argomentando che la sua elevata acidità è tipica delle uve selvatiche.

E’ considerata poco attendibile l’ipotesi che vuole il termine aglianico proveniente dal latino juliatico (ovvero “uva che matura a luglio”), perché il vitigno ha una maturazione tardiva e non precoce. I risultati delle lunghe indagini condotte sui biotipi hanno dimostrato che quello campano e quello del Vùlture sono un unico vitigno, con differenze di vario ordine ascrivibili a una normale variabilità intravarietale, mentre l’aglianicone si è rivelato un vitigno estraneo ai due precedenti[5].

L’aglianico ha un grappolo cilindrico o conico piuttosto piccolo (da 150 a 250 grammi) e compatto con eventuale presenza di una, o più raramente, due ali. L’acino è piccolo, di forma sferica, con buccia spessa, a volte persino coriacea, pruinosa e di colore blu-nero. Matura tra la metà di ottobre e la prima decade di novembre.

Aglianico
Alexis Kreyder – L’Ampélographie (Viala et Vermorel), reproduced in “Wine Grapes” Robinson, Harding, Vouillamoz 2011 (Fonte: en.wikipedia.org)

Tra le varie etichette che nascono dalle bellissime terre del Vùlture, Cantine del Notaio presenta quattro rossi di aglianico: Il Sigillo, La Firma, Il Repertorio e, in edizione limitata, Il Lascito. Il Sigillo è una moderna interpretazione del vitigno in purezza che viene prodotta da uve surmature o appassite; una sorta di “Amarone del Sud” che affina in grotte naturali di tufo vulcanico, in carati o tonneaux di rovere francese, per un periodo di almeno 24 mesi e altri 24 in bottiglia.

Ne La Firma DOCG l’aglianico è raccolto a piena maturazione macera circa 20 giorni ed estrae al massimo le sue potenzialità; riposa anch’esso in grotte naturali di tufo vulcanico, in carati o tonneaux di rovere francese, per un periodo di almeno 12 mesi e altri 12 in bottiglia.

Il Sigillo e La Firma di Cantine del Notaio
Il Sigillo e La Firma di Cantine del Notaio

Il Repertorio ha invece una lavorazione più “tradizionale” con una macerazione di circa 10 giorni e una vinificazione a temperatura controllata in acciaio inox, con un passaggio in legno di almeno 12 mesi, mentre Il Lascito è un blend dei migliori vini da aglianico 100% degli ultimi 20 anni a partire dal 1998, anno di fondazione; dopo un affinamento in legno (barriques, tonneaux e botti), a giusta maturazione, è passato in acciaio.

Altro rosso di Cantine del Notaio è L’Atto, un Basilicata IGT sempre da aglianico; sono vini importanti, intensi e corposi, studiati per coniugare tradizione ed innovazione, per esaltare in maniera eccellente tutte le caratteristiche di questo straordinario vitigno e raccontare così lo splendido territorio della Basilicata e la sua lontana cultura enologica.

Il Sigillo, La Firma, Il Repertorio e L’Atto fanno parte della selezione Best Wine Stars 2018.

Il Sigillo e La Firma di Cantine del Notaio selezionate da Best Wine Stars
Il Sigillo e La Firma di Cantine del Notaio selezionate da Best Wine Stars

Cantine del Notaio

Via Roma, 159 – 85028 Rionero in Vulture (Pz)

Tel. 0972 723689 – 335 6842483 – 0972 724900

Fax 0972 725435

info@cantinedelnotaio.it

Sito web: www.cantinedelnotaio.it

 

www.bestwinestars.com

 

Bibliografia 

Guida ai vitigni d’Italia. Storia e caratteristiche di 600 varietà autoctone, Slow Food Editore, pagg. 41-43

 

[1] Anche se Plinio le considera viti autoctone per la lunga permanenza e la perfetta acclimatazione al terroir del litorale e dell’entroterra della Campania, è certo che esse sono state importate dai coloni greci provenienti dalla Tessaglia, forse dagli Eubei, che nell’VIII secolo a.C. fondarono l’Emporion di Pithekussai (Ischia) e quello di Kumei (Cuma). Ma anche se accettiamo l’ipotesi della provenienza etrusca, alle Aminee non contestiamo la lontana origine greca, giacché esse sono riconducibili a un popolo pelasgico, i Tessali Aminei. Successivamente in riferimento ai vini campani, si è sempre parlato di falerno; solo dalla metà del Cinquecento appare la dicitura Aglianico per vini prodotti sul Monte Somma.
[2] In epoca aragonese (tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo) si ha il passaggio dal nome Hellenico ad Aglianico, e ciò pare plausibile se si considera che la doppia “ll” in spagnolo si pronuncia in maniera simili al “gli” italiano.
[3] Molon (1906) ne ricorda più di una trentina.
[4] I numerosi sinonimi – spesso dovuti alla distorsione dei nomi Hellenico e Aglianico o all’aggiunta di toponimi – che nel tempo gli sono stati attribuiti, dimostrano l’ampia diffusione passata e presente dell’uva aglianico. Prima della fillossera, alla fine del XIX secolo, si hanno testimonianze della presenza di questo vitigno in tutto il Sud, in particolare in Campania, Basilicata, Puglia e Molise. Oggi la sua presenza in Molise e in Puglia si è molto ridimensionata, limitandosi perlopiù alle zone di confine con la Campania e la Basilicata. Invece il suo legame con l’Irpinia per il biotipo Taurasi (Valle del Calore, Valle del Sabato e Valle dell’Ofanto), con il Beneventano per il biotipo Amaro, con il litorale casertano per il Galluccio, e con il Cilento e il Vulture si è rinforzato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ora le sue DOC e DOCG di riferimento sono: Aglianico del Vulture (Potenza), Taurasi (Avellino), Falerno del Massico Rosso (Caserta), Galluccio Rosso (Caserta), Cilento Aglianico e Rosso (Salerno), Aglianico del Taburno (Benevento), Guardiolo Aglianico (Benevento), Sannio Aglianico (Benevento), Solopaca Aglianico (Benevento), Sant’Agata de’ Goti Aglianico (Benevento), Molise Aglianico (Campobasso e Isernia), Castel del Monte Aglianico (Bari). Inoltre entra in assemblaggio con altre uve in un gran numero di denominazioni.
[5] Gli ultimi studi di Boselli e Monaco hanno messo in evidenza i sei biotipi seguenti appartenenti a tre gruppi fondamentali: aglianico amaro, aglianico di Taurasi e aglianico del Vùlture; aglianico di Napoli 1 e aglianico di Napoli 2; aglianico di Galluccio.

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