La vite, il vino e le monete

Vite, vino e monete: come e quanto la cultura di questa bevanda è stata legata alla numismatica antica e alla vita dei popoli del Mediterraneo

Eroi, divinità, re, imperatori, uomini politici e personaggi illustri sono state le immagini più presenti nella numismatica, sia antica che moderna. Ma in passato molto spesso fu evidente anche il richiamo al cibo e al vino: sin dai tempi più remoti, diverse furono le zecche che hanno coniato monete con grappoli di uva, foglie di vite e viticci che, rievocando il culto bacchico, esaltavano l’importanza che questa bevanda rivestiva nella cultura del tempo.

Infatti Dioniso non fu solo il dio del vino e della viticoltura, ma anche della terra e della fertilità, della gioia e della liberazione. La sua figura era legata al processo di civilizzazione dell’uomo e il suo culto assunse all’inizio il tipico carattere orgiastico, evolvendosi poi in celebrazioni che rappresentavano la natura, la vita agreste e pastorale, le stagioni ed elevandosi fino alla tragedia, alla commedia e al dramma satiresco, nonché alle manifestazioni relative ai rituali orfici ed eleusini.

Le monete, dunque, assunsero un’enorme importanza presso le città della Grecia (e greco-italiche): furono vero e proprio strumento espressivo di un popolo che su di esse vedeva rappresentata la propria identità culturale e politica, attraverso un’iconografia carica di significato ed arte[1]. Quali oggetti archeologici, esse “raccontano” il passato: simboli e attributi relativi al mito di Dioniso[2] e del vino furono utilizzati come dimostrazione del ruolo di custode che questa divinità possedeva sulla vita cittadina e come elemento di caratterizzazione geografica e produttiva.

Statere di Ioulis (isola di Ceo, Grecia), 520-15 a. C. con al D/grappolo d’uva, e delfino nel campo; al R/quadrato incuso irregolare, a forma di pale da mulino a vento (Fonte: engramma.it)

Grappoli e vite diventano molto evidenti soprattutto nelle monete del V e IV secolo a. C. e in quasi tutte le città mediterranee dell’Italia meridionale e centrale, della Sicilia, ma anche della Palestina, delle terre fino al Mar Nero e alla penisola iberica, tutte regioni a clima mite dove il vino e il suo culto erano prosperi. La viticoltura e la vinificazione nell’VIII secolo a.C. erano profondamente radicate in ogni regione ellenica, dall’Arcadia all’Attica, dalla Tracia alla Beozia; già nel VII secolo a.C. circolavano monete con anfore come ad Atene, anche se queste erano più riconducibili all’olio che al vino; dalla dirimpettaia Ceo, isola delle Cicladi, sono giunti invece esemplari con uva e anfora enoica[3]. Lo stesso rimando è evidente anche nelle raffigurazioni di altri contenitori da vino come oinochoai[4], kantharoi[5] e crateri.

A Naxos, antica colonia greca siciliana, il tipo di moneta più antico (fine del VI a.C.) mostra la testa di Dionysos al diritto; il dio del vino veniva rappresentato in stile arcaico con la testa barbuta, più spesso volto a sinistra, coronato da un serto di edera, di profilo, con un grande occhio di prospetto, grandi baffi spioventi, barba lunga e appuntita e i capelli raccolti sulla nuca che scendevano ondulati sul collo. Al rovescio un tralcio con grappolo di uva e pampini e la legenda NAXION.

Dracma della II emissione monetale di Naxos (Sicilia), 520-510 a.C., testa di Dioniso coronata di edera/grappolo d’uva tra due foglie di vite (Fonte: engramma.it)

La tradizione vitivinicola e la produzione di questa bevanda doveva essere basilare per la città e per la sua economia; tipico della monetazione di Naxos è inoltre la famosa l’immagine del sileno ebbro[6]; in altre monete sono presenti Dioniso al diritto e un kantharos (oppure un sileno con kantharos) al rovescio.

Tetradramma di Naxos (Sicilia), 460 ca. a.C., testa di Dioniso con corona di foglie di edera/sileno nudo itifallico alza il cratere con la destra per bere (Fonte: engramma.it)

I Romani iniziarono a battere moneta nella seconda fase del periodo repubblicano. Prima di allora il metallo era valutato a peso e rappresentava lo strumento di scambio nel commercio in sostituzione del baratto, utilizzato in blocchi di bronzo fusi di forma irregolare (aes rude). La prima moneta romana fu l’asse (aes grave o aes librale) e quando i Romani entrarono a contatto con le città greche del meridione d’Italia, nel IV secolo a.C., iniziarono a coniare il didramma in argento e più tardi anche in oro (aureum).

L’iconografia monetale romana ha caratteri sostanzialmente diversi da quella greca, sia per la particolare situazione storica in cui lo stato romano si è formato, sia per le diverse concezioni religiose e politiche. Inoltre la moneta romana, fin dal periodo repubblicano, ha un carattere apologetico e propagandistico, ignoto quasi sempre alla moneta greca, carattere che diventa preminente durante l’impero e costituisce una delle sue peculiarità più notevoli.

Comunque, anche la monetazione romana come quella greca trae spunto dai miti legati alla figura del dio Bacco, come ad esempio quello che lo ritrae assieme ad Arianna[7]; era inoltre molto presente la vite e l’uva, non come elemento principale ma come decorazione, assieme al tralcio d’alloro, simbolo di gloria. In molte monete, inoltre sono rappresentati vasi o contenitori da vino come attestazione del suo abbondante consumo, di ricchezza o semplicemente di buon auspicio.

Antonino Pio, medaglione “di fidanzamento” in bronzo, 46,58 g, non in RIC, zecca di Roma 139 d.C. – D/ IMP T AEL CAES HADR ANTONINVS AVG PIVS, testa laureata volta a sinistra; R/ Arianna nuda con Bacco che regge un tirso, entrambi in piedi su un carro trainato da una pantera e guidato da un satiro con corna e zampe di capra; Esergo: PM TR POT / COS (Fonte: lamoneta.it)

 

Sitografia

www.roth37.it

www.engramma.it

www.tuttonumismatica.com

 

[1] La moneta nacque nella seconda metà del VII secolo a.C. in Asia Minore, più precisamente nelle antiche regioni della Ionia e Lidia corrispondenti all’attuale Turchia centro occidentale che si affaccia sulla costa egea. Il primo metallo a essere monetato mediante battitura fu l’elettro, una lega naturale di oro e argento presto integrata da analoghe leghe sintetiche a vario titolo in oro, e solo dopo vari decenni sotto il regno di re lidi quali Alyatte e soprattutto Creso (560-546 a.C.), da monete di oro e di argento, metallo quest’ultimo che per quasi duecento anni rimase pressoché esclusivo nel mondo greco, almeno sino alla metà del V secolo quando comparve in Sicilia, e poco dopo nel Sud Italia, il bronzo monetato.
[2] Il tìaso di Dioniso era rappresentato attraverso il corteo di fauni, satiri, sileni e menadi e/o di animali come gli asini e pantere, che lo seguivano nelle sue peregrinazioni e manifestazioni.
[3] A Ioulis, città principale di Ceo, già nel 515 a.C. compare un grappolo d’uva come simbolo principale al dritto di uno statere, come poco dopo a Pepareto (l’isola ora denominata Scopelo).
[4] L’oinochoe (da οἶνος “vino” e χέω “versare”) è un vaso simile alla brocca, utilizzato per versare il vino o l’acqua.
[5] Il cantaro o kantharos (dal greco κάνθαρος) era una coppa per bere il vino diffusa nel mondo greco ed etrusco.
[6] Il Sileno, secondo la mitologia greca, era una divinità dei boschi e della natura selvaggia: figlio di Pan, aveva aspetto umano con coda e orecchie equine. Era costantemente ubriaco e trascorreva il tempo inseguendo le ninfe dei boschi con atteggiamenti osceni. Nella vecchiaia il Sileno allevò Dioniso, il dio del vino, ed entrò a far parte del suo corteo durante le feste e nelle vendemmie.
[7] Arianna era figlia di Minosse e Pasifae, quando Teseo giunse a Creta per combattere con il Minotauro, la ragazza se ne innamorò. L’eroe fu rinchiuso nel labirinto per ordine di Minosse, ma Arianna lo aiutò donandogli un gomitolo di filo che egli srotolò, ritrovando in tal modo la via d’uscita. A seguito dell’uccisione del Minotauro da parte di Teseo e della sua fuga dal labirinto, Minosse si infuriò, Arianna, per sfuggire alla sua ira, decise di fuggire con Teseo, il quale, come “ricompensa” per l’aiuto ricevuto, durante una sosta sull’isola di Nasso la abbandonò addormentata sulla riva. Ma non restò sola a lungo, sopraggiunse Dioniso, trasportato da un carro trainato da pantere e accompagnato dal suo rumoroso corteo, e vista la giovane abbandonata sulla riva se ne innamorò, ne fece quindi la sua sposa portandola sull’Olimpo. Come regalo di nozze le portò in dono un diadema d’oro, opera di Efesto, che in seguito divenne la costellazione della Corona Borealis.

 

 

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