Il cibo come pratica religiosa e momento conviviale: il banchetto funebre

Il consumo simbolico o effettivo di cibo rappresenta un momento conviviale anche durante i lutti, una pratica ereditata da antiche tradizioni pagane e trasformatasi poi in vero e proprio rito cristiano: dal banchetto funebre al refrigerium

Per i cristiani, come per tutti i popoli civilizzati, la morte non rappresenta l’annullamento della persona. Il defunto continua a conservare la sua sensibilità fisica e spirituale almeno fino al completo disfacimento del corpo, necessitando di cure continue che si esprimono nel profondo legame affettivo con i familiari a lui sopravvissuti.

Già presso le culture pagane greche e romane tali cure sono sopravvissute sotto forma di rituali ed offerte in determinati giorni dopo la sepoltura. Alcune necropoli conservano resti di dispositivi riservati al nutrimento del morto, poiché i Romani erano soliti versare latte e vino sulla terra del sepolcro o immettere all’interno alimenti solidi recitando formule varie: tali oggetti erano tubi di terracotta, due coppi uniti a formare un condotto o un’anfora tagliata, che permettevano ai liquidi delle libagioni di penetrare nella sepoltura.

All’inizio ed alla fine di un lutto una parte importante dei riti era riservata al consumo effettivo o simbolico di cibo. Sappiamo che dopo il seppellimento presso la tomba, erano effettuati il sacrificio di un maiale ed il banchetto funerario.

Il sacrificio serviva soprattutto a collocare il morto nella sua nuova dimensione ctonia, mentre il banchetto che seguiva, chiamato silicernium, purificava la famiglia toccata dalla perdita del proprio caro. In genere le carni del maiale erano riservate ai membri viventi della famiglia, mentre il sangue veniva deposto sulla pira.

Nove giorni più tardi, con una cena detta novemdialis, la famiglia ormai purificata, poteva riallacciare i legami con il resto della società, chiudendo così i nove giorni delle feriae denicales, i giorni del lutto.  I banchetti si tenevano varie volte all’anno, ora particolarmente per un determinato sepolcro, ora in ricorrenze comuni come i parentalia[1] (13-22 febbraio), le violaria (marzo), le rosalia o rosaria (maggio, giugno, luglio etc.).

Caratteristiche di un convito non erano, contrariamente a quanto si sospetterebbe, né la tristezza né il silenzio fra i partecipanti, ma gioia e spensieratezza, allontanando così odi e rancori. Il pasto funebre diventava così un elemento aggregante per rinsaldare i vincoli della solidarietà e della concordia familiare, affidando al rito una valenza sociale, con implicazioni anche di carattere economico.

Oltre a resti archeologici, iscrizioni e fonti letterarie che descrivono e commentano i rituali funerari ad essi connessi, anche l’arte figurativa ci illustra la pratica del banchetto legato al lutto: il defunto banchettante viene raffigurato da solo o in coppia, mentre giace semisdraiato sul kline e si ciba da una mensa posta di fronte, spesso assistito da un personaggio in compianto, da un servente e da un animale domestico, secondo una iconografia ben nota, a cui Petronio fa riferimento facendo parlare il suo Trimalcione.[2]

Urna cineraria con scena di banchetto funebre, fine I secolo d.C. – Aquileia, Museo Archeologico Nazionale (Fonte: http://zloris.blogspot.it/2011/10/arte-romana-in-friuli.html)

Lo schema tipologico di questa scena deriva dall’area greca e microasiatica, diffusasi poi con i Romani in tutto l’Impero e in tutte le province, assumendo caratteristiche locali. E’ presente in rilievi funerari, su sarcofagi e lastre di rivestimento per loculi, meno su mosaici e pitture. Il significato è connesso all’idea di riposo eterno nella gioia del banchetto e nella credenza che colui che ha ben meritato sarà accolto nel simposio divino.

Banchetto funebre, particolare. Tomba dei Leopardi, circa 480 a.C. -Necropoli di Monterozzi, Tarquinia (Fonte: www.beniculturali.it)

Sempre grazie all’archeologia sappiamo che le celle sepolcrali comprendevano di regola un ambiente inferiore per accogliere la tomba ed uno superiore ad confrequentandam memoriam quiescentium. Talvolta sopra la cella sepolcrale stava semplicemente una terrazza (solarium); in altri casi l’ambiente si trovava su un lato, protetto da copertura muraria o da graticci o intrecci di piante (pergulae, trichilae, tricliae, calibae, καλύβαι), confortato dalla vicinanza di un pozzo d’acqua e a volte con la presenza, persino, di un forno.

Necropoli Ostiense (o Necropoli di San Paolo), I sec. a.C. – IV secolo d.C., Roma (Fonte: www.ilsampietrino.com)

Le costruzioni in muratura di maggior decoro erano affrescate internamente e, anche all’esterno, avevano bancali alle pareti (triclinia o scholae se appartenenti a collegia) funzionali alla pratica del banchetto; questi sedili o letti in si accompagnavano spesso a sostegni che dovevano assolvere alla funzione di mensae cioè tavoli, di cui resta testimonianza in tracce di bruciato frammiste a concentrazioni di vasellame ceramico, usato nel corso delle cerimonie. I sepolcri di lusso erano poi circondati da giardini (cepotahia, horti) fungendo anche da recinti di protezione. I confrequentandes si riunivano periodicamente presso il sepolcro e dopo le libagioni rituali iniziavano l’epulum, il banchetto.

Da queste consuetudini pagane derivano le analoghe manifestazioni cristiane e con esse il refrigerium.

Il termine refrigerium deriverebbe, secondo alcuni studiosi, dal verbo greco α̉̉ναψύχειν che significa “ravvivare la memoria”, da cui refrigeratio (α̉̉ναψυχήα̉̉νάψυξις), nel senso materiale di “sollievo” attraverso un pasto o una libagione. Nelle opere letterarie si ha anche il significato di “riposo”, “quiete” o “pace” che prevale su quello originario, e in alcuni casi si trasforma quasi in un augurio di beatitudine nell’aldilà.

Il refrigerium cristiano, come si evince da molte raffigurazioni pittoriche, conserva tutte le caratteristiche del banchetto pagano, ma se ne trasforma lo spirito. Infatti nella cerimonia cristiana lo scopo è di giovare all’anima del defunto nello stesso modo in cui oggi si recita una messa in suffragio dei propri cari, si dicono preghiere e si compiono atti di rinuncia o sacrificio personale che recano loro giovamento.

Questo nuovo spirito del rito compiuto nell’anniversario della morte del defunto, spiega anche come quel giorno luttuoso sia stato poi considerato come dies natalis dell’anima alla vita eterna. Il rito del refrigerium consisteva in una libagione di vino o in una vera e propria colazione nota in quanto tale con il nome di agape (da ἀγάπη “amore, carità”), termine che spiega la natura del banchetto e l’opera trasformatrice del Cristianesimo[3].

Il funus cristiano comportava anche la sinassi eucaristica come ricorda S. Agostino; successivamente un banchetto, consumato dai convenuti presso la tomba, concludeva il funerale. Alla sepoltura seguiva un periodo di lutto, con commemorazione del defunto nel terzo, settimo o nono, trentesimo o quarantesimo giorno.

I pagani parentalia si trasformano nella festa Natale Petri de cathedra, come ricorda, la Depositio martyrum, il più antico calendario della Chiesa romana, riferibile al 336 d.C.

Così anche nelle catacombe romane come nelle sopra citate necropoli, sono presenti bancali, pozzi, mense e cattedre scavate nel tufo, dove si riteneva sedesse idealmente il defunto, nel momento del refrigerium. Alcune pitture catacombali lo rappresentano fedelmente, un rito intimo carico di significati e che ne rappresenta il senso profondo della convivialità, della solidarietà familiare, della concordia ma anche dell’aspirazione verso una vita ultraterrena.

Arcosolio di Sabina, scena di banchetto – Catacombe SS Marcellino e Pietro, Roma (Fonte: www.korazym.org)

 

Bibliografia e sitografia

P. Testini, Archeologia cristiana, Edipuglia s.r.l. 1980, pagg. 140-146

www.beniculturali.it

 www.treccani.it

 

[1] Il periodo si concludeva il 22 febbraio, nella festa detta carestia, con un banchetto, nel corso del quale la famiglia accoglieva i suoi morti in immagine (larvae conviviales). Il lungo tempo di purificazione, legato ai Parentalia, non impediva tuttavia che i morti dispersi, larve e lemuri, continuassero a funestare con le loro apparizioni le città e le case, sì da rendere necessario moltiplicare gli scongiuri. Cerimonie legate a questi riti avevano luogo ai Lemuria, nel mese di maggio. In quei giorni il padre di famiglia, levandosi a mezzanotte, dopo aver compiuto gesti di carattere apotropaico, gettava dietro di sé delle fave nere per riscattare se e la sua famiglia, scongiurando i Mani di lasciare la sua casa. Altri riti di offerta e banchetto si svolgevano in numerose occasioni, fra cui la ricorrenza del dies natalis del defunto.
[2] Petronio, Satyricon,64
[3] L’agape cristiano era una istituzione caritatevole del cristianesimo antico, fiorente soprattutto nei secoli III e IV d.C., che consisteva in una cena, alla quale qualche membro facoltoso invitava in casa sua i poveri e specialmente le vedove della comunità, sotto la presidenza di un vescovo, e in sua vece di un prete o diacono, che ne regolava il buon andamento secondo le norme stabilite. In questo senso e con questo nome l’agape esisteva già ai tempi di Tertulliano, il quale ce ne fa nel suo Apologetico (cap. 39) una viva descrizione. È certo però che le sue origini risalgono agl’inizî stessi del cristianesimo; ma per qual via e da qual punto preciso sia venuta, non tutti convengono. L’opinione più comune e meglio fondata è che l’agape provenga dal banchetto sacro detto κλάσις τοῦ ἄρτουfractio panis (Atti, II, 42, 46; cfr. Luca, XXIV, 35; Didachè, IX, 3; XIV,1), al quale sulla sera, in qualche casa privata, i primitivi cristiani di Gerusalemme prendevano parte, in stretta comunione tra loro e con grande allegrezza; o, il che forse è lo stesso, dalla “cena del Signore” (κυριακόν δεῖπνονcoena dominica), che nelle chiese dei gentili, come a Corinto (I Corinzi, XI, 20 segg.), si celebrava la sera della domenica, ed era così chiamata perché intesa come una ripetizione della cena celebrata dal Signore con gli apostoli la sera avanti la sua passione.

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