Nerello Mascalese, l’uva dell’Etna

L’espressione di un territorio attraverso l’eleganza di un vino che nasce dalle ceneri e dalla sabbia del vulcano attivo più alto d’Europa: il Nerello Mascalese

Pure, durante le belle notti d’estate, le stelle splendevano lucenti anche sulla sciara, e la campagna circostante era nera anch’essa, come la lava […]”. E’ così che Giovanni Verga in Rosso Malpelo vede il caratteristico paesaggio naturale dell’Etna, nato dagli accumuli di scorie vulcaniche che si sono formati sulla superficie o ai lati delle colate laviche; in siciliano le chiamano appunto “sciare”, ed è proprio su queste falde, affascinanti terre di fuoco, che trova il suo terroir d’elezione il Nerello Mascalese, o come lo chiamano affettuosamente qui, il Niureddu Mascalisi.

La viticoltura alle falde dell’Etna (Fonte: www.ilsole24ore.com)

Si tratta di un vitigno autoctono a bacca nera, diventato la varietà principale della zona. Le sue origini non sono del tutto certe, ma recenti studi hanno evidenziato che abbia fatto la sua prima apparizione durante la colonizzazione greca dell’VIII secolo a.C. sulle coste calabresi, per poi spostarsi a Naxos e successivamente a Catania. All’epoca era molto diffusa la coltivazione della vite nella zona orientale della Sicilia e alle pendici dell’Etna; si narra che persino la famosa poetessa Saffo, bandita da Lesbo, venne in questa parte dell’isola per coltivarla. Storicamente, il termine “mascalese” è da attribuire alla piana di Mascali (ristretta fascia agricola tra il mare e l’Etna, in provincia di Catania), diventata contea sotto Carlo V nel 1543; da queste terre, offerte in enfiteusi ai viticoltori locali, si diffuse questa varietà d’uva e la viticoltura in generale. Le prime notizie scritte sul vitigno si hanno poi nel 1760, nell’opera di Domenico Sestini Memorie sui vini siciliani, ed è da almeno un secolo e mezzo il più diffuso della zona nordorientale siciliana.

Grappolo di Nerello Mascalese allevato ad alberello (Fonte: www.foodandtec.com)

Nell’area etnea non è infrequente trovare vecchie o addirittura vecchissime vigne ad alberello di nerello mascalese, aggrappate letteralmente alla montagna sulle nere terrazze di pietra lavica (a un’altitudine che a volte supera i 1000 metri), in cui è caratteristico constatare la mancanza di un sesto d’impianto geometrico delle viti. Questo accade in quanto sull’Etna era molto diffusa la pratica di allevamento della pianta per propaggine (in dialetto purpania): la conseguenza è che nei vecchi vigneti si trova una cospicua presenza di viti a piede franco, che qualitativamente, danno il prodotto migliore. In provincia di Catania il Nerello Mascalese è il vitigno più presente. Non c’è però un confine circoscritto alla sua coltivazione, che infatti si riscontra un po’ in tutti i comprensori vitati dell’isola. Numerose le DOC in cui rientra con percentuali di volta in volta diverse: nell’Etna Rosso rappresenta almeno l’80% dell’uvaggio, mentre è previsto in misura minore nelle DOC Alcamo, Contea di Sclafani, Faro, Marsala e Sambuca di Sicilia, nonché in quelle calabresi Lamezia e Sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto.

Terrazzamenti di vigneti (Fonte: www.etnawinelab.it/tour/)

E’ un vitigno di grande vigoria vegetativa e produttiva sostenuto anche dal clima, caratterizzato da una forte escursione termica tra il giorno e la notte; il grappolo è grande, conico o piramidale, allungato e alato. L’acino è medio, ellittico, con buccia pruinosa, spessa e di colore blu chiaro, di sapore dolce, molto tannico. La produzione della pianta è abbondante ma non molto costante; le uve maturano tardivamente (com’è caratteristica di quasi tutte le varietà etnee), attorno alla seconda decade di ottobre.

Impiegato esclusivamente nella vinificazione, il Nerello Mascalese si può trovare da solo o in abbinamento ad altre uve, bianche o nere. Le uve vengono vinificate in rosso con una lunga macerazione delle bucce che permette di realizzare importanti vini da invecchiamento, mentre vinificato in assenza di vinacce, dà origine alla famosa “pesta in botte” della zona etnea.

Dalle terre scure del Mungibeddu, com’è ancora familiarmente chiamato l’Etna, nasce dunque un vino, paragonato ai nordici e raffinati Barolo o Pinot nero, che diventa espressione di un territorio quasi mistico, in un delicato equilibrio fra uomo e natura, che racchiude tutto il suo carattere in un colore rosso rubino con leggeri toni granati, dal profumo di intense note di frutta rossa e delicate sfumature di fiori, erbe aromatiche e balsamiche, con un tocco speziato, che va dal pepe al tabacco, al cacao, fino alla liquirizia, dal gusto secco, caldo, tannico, persistente e armonico, di grande corpo.

“Incontriamo il Nerello Mascalese” – Degustazione a cura dell’Associazione Italiana Sommelier Calabria – Nerello Mascalese vinificato in rosato
“Incontriamo il Nerello Mascalese” – Degustazione a cura dell’Associazione Italiana Sommelier Calabria

 

Bibliografia

Guida ai vitigni d’italia, Slow Food Editore, pag. 326

 

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