L’arte in tavola: la natura morta

L’espressione “Natura Morta” fu introdotta in Italia alla fine del 1800 per tradurre dall’olandese l’espressione “Still-Leven” (natura in quiete), termine che indica la rappresentazione pittorica di soggetti inanimati. La natura morta, infatti, ritrae perlopiù frutta e fiori, ma anche oggetti di vario tipo, come strumenti musicali (famosi sono i quadri di Evaristo Baschenis), oppure soggetti come pesci ed altri animali morti.

La natura morta si configura come genere autonomo solo all’inizio del XVII secolo, tuttavia troviamo esperienze figurative già in epoca ellenistica, quando si svilupparono tra il II e il III secolo a.C. decorazioni a mosaico sui pavimenti che rappresentavano resti di cibo, come ad esempio scorze di limone, che traevano spunto dal culto dei morti. A partire dal 1300 la cultura presta attenzione al valore simbolico degli oggetti, come ad esempio i teschi su sfondi tetri che rappresentano il memento mori e la vanitas, o i fiori appassiti che ricordano all’uomo la caducità della vita. Il 1600 è il secolo nel quale si afferma la natura morta come genere a sé stante, in cui i fiori e i frutti diventano essi stessi simbolo di ammonimento morale, non più mezzo ma fine della rappresentazione stessa.

La messa in posa degli oggetti è caratterizzata da notevoli valenze simboliche e moraleggianti: ogni oggetto rappresentato è curato minuziosamente e studiato nella sua caratterizzazione naturalistica, nella sua decomposizione; è il protagonista del quadro, calato  in una realtà sommessa ed essenziale o accarezzato da drappi, quinte sceniche tanto care al mondo seicentesco, come nei dipinti di Evaristo Baschenis, in cui la ricerca della spiritualità si mescola a una rappresentazione realistica di oggetti polverosi, simbolo del tempo che fugge inesorabile.

Il “Canestro di frutta” di Caravaggio (considerato il primo pittore italiano ad occuparsi di questo nuovo genere) è l’emblema di questa nuova concezione pittorica, dove ogni singolo frutto trattato prende vita in ogni ammaccatura, ogni imperfezione, che ne descrive l’inesorabile declino fisico e l’ineluttabile morte. Non è una casualità che esso sia divenuto la natura morta più famosa dell’arte italiana.

Canestro di frutta, Caravaggio, 1594-1598
Strumenti musicali, Evaristo Baschenis, 1650 circa

Durante l’ottocento l’affermazione dei processi di stampa seriale favorirono l’illustrazione naturalistica e contemporaneamente la natura morta cessò di essere un genere a sé stante, poiché prevalse la libertà creativa dell’artista. Artisti del calibro di Paul Cezanne si cimentarono in studi pittorici utilizzando la natura morta come mezzo delle proprie ricerche artistiche, così ogni frutto è il mezzo per studiare la luce o la forma che la natura offre agli occhi del pittore. Ricerca che continuerà in tutto il ‘900 e che vedrà la snaturalizzazione dell’oggetto stesso, immerso in una natura fantastica, simbolo non di ciò che è, ma di ciò che lo circonda, di una realtà magica e surreale, come nei quadri di Giorgio De Chirico, a cui fu tanto caro il tema delle nature morte o in quelli di Giorgio Morandi, in cui la plastica metafisica di ogni oggetto è svolto in senso intimistico e sentimentale.

Natura morta con teschio, Paul Cezanne, 1895-1901

 

Le Voyant, Giorgio de Chirico, 1922

 

Natura morta metafisica, Giorgio Morandi, 1918

 

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