La cultura del simposio

Il valore e l’importanza del “bere insieme” nel mondo greco: la cultura del simposio

 Beviamo, perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.

O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,

perché il figlio di Zeus e Sémele

diede agli uomini il vino

per dimenticare i dolori.

Versa due parti di acqua e una di vino;

e colma le tazze fino all’orlo:

e l’una segua subito l’altra.

Alceo (fr. 346 Lobel-Page)

Riporto questo frammento di Alceo, poeta lirico greco della fine del VII secolo a.C., poichè ci introduce al ruolo che il vino riveste nella società antica: oltre a condurre alla cessazione degli affanni, esso stimola il canto e l’amore, è rimedio alla vecchiaia, ma può anche indurre alla follia e alla violenza. Luogo privilegiato per il consumo del vino è il simposio, dove i membri delle eterie si riuniscono per condividere gli stessi ideali, di cui la poesia diventa espressione.

Con il termine symposion si intende il momento in cui si beve insieme, senza consumare cibo; questa riunione avviene in genere dopo il pasto. Vi partecipano uomini adulti, cittadini, che oltre a bere, cantano poemi lirici, suonano e conversano. Un simposiarca, capo del simposio, stabilisce i motivi musicali, l’argomento della conversazione, il numero di crateri che si berranno e le proporzioni di vino ed acqua da mescolare.

L’uso di stare sdraiati attorno alla tavola è già presente presso gli Ioni del VII secolo a.C., e si diffonde rapidamente in tutto il mondo greco. I posti sono assegnati dal padrone di casa secondo l’ordine di importanza e all’interno della sala ciascuno può vedere tutti gli altri, in condizione di uguaglianza con i compagni: le klinai sono disposte lungo le pareti e gli ambienti non sono mai troppo ampi.

Partecipano al simposio anche le etere e giovani schiavi incaricati di miscelare il vino con l’acqua, e distribuirlo. Il centro focale del gruppo è costituito infatti dal cratere ovvero il vaso in cui si effettua la miscela di vino e acqua; esso è posto al centro della stanza. Prima di cominciare a bere si svolge la libagione: ci si cinge di ghirlande di edera e di mirto e si versano coppe di vino dai primi tre crateri, il primo consacrato a Zeus e alle divinità olimpiche, il secondo agli eroi e il terzo a Zeus Sotèr; Dioniso è l’oggetto stesso dell’offerta, in quanto dio del vino[1].

I convitati formano così una comunità essendo uniti da un legame sacrale. Al simposio, in alcuni casi segue il komos: i simposiasti travolti dal vino; danzando e cantando portano in strada la loro euforia formando un chiassoso e disordinato corteo. Il vino è considerato rivelatore dell’animo umano: Platone nelle Leggi afferma che per capire se si ha a che fare con un uomo violento o ingiusto è meglio metterlo alla prova durante il simposio[2]. Ma il vino consente anche di migliorare la propria natura perché, solo attraverso l’ebbrezza, si può imparare la temperanza.

Un altro aspetto tipico del simposio è quello ludico: giochi di abilità, esercizi di memoria, motti di spirito sugli argomenti della conversazione. Uno dei giochi più citati nelle fonti letterarie è il cottabo, che consiste nel lanciare il vino rimasto nella coppa, contro un bersaglio che è in genere costituito da un disco di metallo messo in equilibrio su un’asta.

Il giocatore, quando si appresta a lanciare il vino dichiara per chi gioca: dedica il lancio alla persona amata. La rottura dell’equilibrio, rappresentata dal gioco, allude evidentemente al vacillare dell’innamorato davanti all’amato. I vasi potori hanno anch’essi un ruolo significativo non solo per la loro funzione materiale, ma anche come supporti di scene che rimandano al bevitore la propria immagine.

Molte testimonianze delle particolari attività del simposio provengono infatti proprio dalle scene rappresentate sui vasi: su un’hydrìa è raffigurato un personaggio che fa il segno del cottabo, al centro un cratere adorno di edera dal quale emerge il collo di una psyktèr. Non va inoltre dimenticato che Kèramos, protettore del quartiere dei vasai ad Atene, è figlio di Dioniso e dunque i vasai sono in certo senso legati particolarmente a questa divinità.

Essi sono consapevoli che i loro prodotti non sono soprammobili ma oggetti ricchi di significati: i vasi partecipano al gioco del simposio e con la loro forma materializzano la circolarità esemplare che organizza il rapporto degli uomini riuniti a banchetto.

Ogni vaso poi ha assunto un preciso valore simbolico: il cratere la mescolanza del vino e dell’acqua, la coppa l’assunzione della bevanda, il kantaros la presenza di Dioniso. Informazioni relative alla pederastia, cioè alla presenza di adolescenti nei simposi, possono venire dai vasi: vi è spesso il saluto al bel giovane o l’evocazione di un canto d’amore.

Il simposio è anche luogo di spettacolo: i giovani ateniesi ricevono una cultura musicale e poetica sufficiente a permettere loro di recitare un testo classico, riprendere un’aria conosciuta o improvvisare. Vi sono inoltre testimonianze relative al V secolo dell’intervento di mini, attori e danzatori che si esibiscono tra i convitati.

Proprio grazie al simposio e al komos si sviluppa una serie di forme poetiche ad esso dedicato, come la poesia lirica, quella elegiaca e i canti popolari. L’associazione vino-poesia è dunque ricorrente in molti poeti; lo stesso Pindaro quando parla delle sue odi le paragona al vino: come il lavoro coregico fonde armoniosamente poesia, canto e danza così nel cratere si fondono in una miscela prelibata acqua e vino. Il poeta Simonide parla invece di una stessa origine per vino e musica, mentre su una coppa a figure rosse vi è la rappresentazione di Dioniso con la lira, affiancato da due satiri danzanti che suonano i crotali.

Bibliografia

[1] M. Vetta, Poesia simposio nella Grecia antica, Universale Laterza 1983

[2] F. Lissarague, L’immaginario del simposio greco, Parigi 1989

 

Paestum, Tomba del Tuffatore con scena di simposio, V secolo a.C. – Museo Archeologico Nazionale di Paestum (Fonte: it.wikipedia.org)

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