Cinquanta sfumature di rosé

Rosato è bello: scopriamo il rosè, un ottimo vino da rivalutare ed apprezzare

Care donne, per l’8 marzo come ogni anno ci stiamo organizzando per “festeggiarci”, riunendoci con le amiche in casa o nei locali per cene tranquille o, semplicemente, per fare baldoria. Quando beviamo vino siamo un po’ troppo abituate a sorseggiare un bianco fresco più “femminile”, oppure le amate bollicine di un prosecco, anche se molte di noi preferiscono sempre più rossi corposi. Perché invece non scegliamo quasi mai le bellissime nuance di un rosato? In medio stat virtus.

E’ pur vero che per la loro tipologia, i vini rosati sono più affini a quelli bianchi, ma non sono ovviamente dei rossi. Troppo spesso sono vittime di pregiudizi, venendo così dimenticati dai consumatori ed ingiustamente bistrattati e snobbati. I rosati invece sono ottimi vini, prodotti con tecniche specifiche e qualità proprie di tutto rispetto. Ma come si produce un bel rosé?

Genericamente nasce da uve a bacca nera. Il processo di vinificazione è a metà strada tra quello in bianco e quello in rosso, ma fate attenzione, non è una miscelazione di vini, che è una pratica oramai vietata per legge, salvo che per la produzione di spumanti rosati. Queste uve, dunque, vengono pigiate delicatamente, ottenendo il mosto che, come avviene per i vini rossi, non viene separato dalle sue bucce, iniziando così la macerazione.

Per ottenere però un bel colore rosa tenue è necessario non lasciarle troppo tempo a contatto con il liquido, in quanto queste ultime, ricche di pigmenti e tannini, cederebbero al vino troppo di questo carico, nonostante tutto dipenda sempre dal tipo di uve, dalla loro capacità colorante e dal rosato che si vuole produrre. Al termine della macerazione, il mosto separato dalle bucce, continua il suo processo esattamente come per i vini bianchi: vengono stabilizzati, filtrati e quindi imbottigliati, pronti per essere bevuti.

Inoltre, non essendo adatti all’affinamento in bottiglia poiché perderebbero le loro peculiarità, vanno consumati giovani. Sicuramente maggiori estimatori rispetto a noi italiani, sono i nostri cugini francesi. Producono i cosiddetti vin gris che non sono “grigi”, ma vini delicatamente rosati, ottenuti da pinot nero o gamay, ad esempio. In America li chiamano blush wines, che ricordano le tonalità di un fard. Ci sono poi anche i saignée che letteralmente significa “sanguinamento”: altro non è che la tecnica del salasso, in cui si preleva una certa quantità di mosto di vino rosso in macerazione con le bucce, che però venendo vinificata in bianco, darà un vino rosé.

Insomma, fermi o con bollicine, i rosati hanno tutti una loro identità. Possono essere estremamente versatili soprattutto negli abbinamenti gastronomici, quando un vino bianco non basta e un rosso è troppo. Sono un giusto compromesso gustativo e proprio per questo hanno una posizione ben definita nel panorama enologico. Lasciamoci conquistare dai loro colori, splendide e luminose varianti che vanno dal rosa tenue al “buccia di cipolla”, dal chiaretto al cerasuolo, con delicati sentori di piccoli frutti rossi (ad esempio ciliegie, fragole e frutti di bosco), floreali  come di rosa, fresia o fiori di campo, anche di erbe aromatiche, dal gusto morbido,  fresco e sapido, che possiamo ordinare semplicemente per un buon aperitivo o accostare senza problemi al sushi, ad un arrosto di pesce, alle carni bianche, e perché no, anche alla pizza.

Cin cin!

Le bellissime sfumature di un rosè (Fonte: www.wining.it/migliori-vini-rosati-italiani-gli-abbinamenti-consigliati/)

 

 

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